lunedì, 22 giugno 2009

In caos

L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.

Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.

 

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mercoledì, 22 aprile 2009

Incontri ravvicinati

Edgar Mitchell, astronauta della NASA, parte dell'equipaggio dell'Apollo 14, in una rivelazione-shock confessa: gli alieni esistono, hanno avuto contatti con noi, e si presenterebbero come esseri "amichevoli, piccoli e dai grandi occhi".

Non ho fatto a tempo a leggere queste parole che... un'illuminazione improvvisa!
Ho aperto la cartella 'foto', scorso i titoli, cercato febbrilmente, richiuso, riaperto, frugato, il senso di'inquietudine in ascesa, l'ansia, la fibrillazione, finché... ECCOLA!
Ho osservato la foto per bene, per interi minuti.
Dettagli che mi erano sfuggiti, ora mi sono finalmente chiari.
Ho ingrandito, zoomato, cecrato di migliorare la definizione.
E credo di esserne certa.
Uno di qui piccoli, amichevoli esseri dai grandi occhi è in una mia foto...

 

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mercoledì, 01 aprile 2009

Fuori orario

Penso che dovrei andare a dormire, ma non ne ho alcuna voglia, ancora, nonostante le palpebre pesino per il sonno come macigni. Metto su un po' di musica, mio alimento principale in questi giorni, e accarezzo l'idea di un'ultima sigaretta e di un biscotto, che di certo mi traghetterebbero verso le braccia di Morfeo con qualche senso di colpa in più, ma magari con la mente un po' più sgombra dalla stanchezza.
Fuori piovono minuscoli frammenti d'acqua, talmente insignificanti che non si sentono nemmeno crepitare giù, lungo la grondaia; frammenti sputacchiati da un cielo autunnale di cui non ho proprio più voglia. Non ora che è primavera, non ora che voglio solo luce e calore.
Ho voglia di molte cose, in questo periodo. Terminato il lungo letargo invernale, mi sono riscoperta viva, brillante, pungente come calce viva e pronta ad esplodere come dinamite. Sto accarezzando sogni con immensa paura ed ancor più forte curiosità, io che dalla spinta della curiosità riesco sempre a trarre stimoli febbrili ed intensi, seppur spesso poco duraturi. E' la costanza che mi fa difetto, in qualsiasi cosa io faccia o stato d'animo viva.
Purtroppo?
Per fortuna?
Non lo so.
Però so anche essere molto fedele: ai miei sogni, per esempio. Anche se qualcuno, lo ammetto, l'ho tradito. E pure malamente. Dovrei dare più fiducia agli istinti e ai suggerimenti del mio inconscio, soprattutto quando mi sembrano totalmente irrazionali e pazzeschi.
Sono proprio loro, mi sa, a rivelare la vera essenza di me.

Oggi ho sentito una canzone per radio. Una canzone davvero bella, che non ho potuto fare a meno di ascoltare con intensa concentrazione, e che mi ha alleggerito il cuore. Perché sembra parlare proprio di come io mi senta ora. E nonostante la presenza di una Gianna Nannini che in genere non tollero più di tanto, mi arrischio addirittura a postarla qui, ecco.

 



Tu che sei parte di me
Le tue braccia lunghe
spalancate all’aria
Solo nel vento sei sempre felice
Butta via i ricordi, getta ogni cornice,
lascia spazio alle cose a venire

Fuori
c’è una notte intera
Puoi perderti..

Tu che sei parte di me
e lasci fuochi
piccole tracce
per riportarmi a casa
Tu che sei parte di me
Ultima luce,
ultima insegna accesa

E ogni nuova paura
alza il fumo negli occhi
e le parole cominciano male..
Ti riuscissi a dire,
riuscissi a spiegare
E’ solo pelle che inizi a cambiare

Fuori
C’è una vita intera,
vuoi perderti?
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni
e mi fai sorprese
Tu che sei parte di me

Soli per la notte intera,
soli per la vita intera

Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni,
e mi fai sorridere

Fuori
una notte intera
Fuori
una vita intera

 

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giovedì, 26 marzo 2009

Hop hop trotta cavallino... hop hop corri mio morello

Woody allen è un regista, attore, personaggio estremamente controverso.
C'è chi lo adora senza riserve, chi lo considera solo uno sfigato paranoico incestuoso.

Si può dire molto di lui, nel bene e nel male.

Ma che dire, invece, di quei buontemponi che hanno caricato sul mulo (fine metafora anti-guardia di finanza) due film porno di pessima qualità (e dalla recitazione dilettantesca) al posto, rispettivamente, di Io ed annie e Hannah e le sue Sorelle?

Di fronte a tale disgrazia, l'aver scaricato l'ultima canzone della Zanicchi a San Remo invece degli Afterhours è passato decisamente in secondo piano.

 

 

 

 

P.s. AAA film porno cedesi, modici prezzi, qualità video ottima.

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lunedì, 23 marzo 2009

Tabù

Quand'ero piccola, ero evidentemente molto timida.
E mi vergognavo un sacco a pronunciare una parola che, per me, aveva un significato prettamente peccaminoso. Una parola che costituiva nella mia mente l'anticamera del sesso (a ben guardare, non avevo esattamente tutti i torti).
La parola in questione era: gambe.
La Regina Vittoria sarebbe stata molto fiera di me.

 

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venerdì, 27 febbraio 2009

I wish

 

Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.

Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.

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martedì, 17 febbraio 2009

Call me

Questo, per me, è uno di quei momenti in cui è forte il bisogno di raccogliermi un po', e cullarmi nei più intimi segreti della mia anima, che diventa rifugio e capanna sull'albero. Tiro su la scala di corda, e lì me ne sto, sola, al riparo delle fronde.
Il chiasso, il rumore, le voci, il frastuono sono un di più; anzi, più che un di più, un elemento di disturbo.
E' un momenti in cui trovo bello rimanere concentrata solo sui battiti del mio cuore, sulla tensione della mia volontà, sugli sciabordii delle viscere e del sangue che scorre.
Questo mi sta portando ad un'accurata selezione delle cose che voglio e non voglio fare, delle persone che voglio e non voglio vedere, degli stati d'animo che voglio e non voglio sentire, degli obiettivi che voglio e non voglio raggiungere.
Per me, che spesso mi sono sentita come se stessi scivolando su un piano inclinato, senza alcuna possibilià di aggrapparmi a qualcosa o cambiare la direzione della discesa, è un momento di insolita chiarezza e determinazione.
Spero duri.
Voglio  che duri.

Qualche sera fa è accaduta una cosa che appunto qui, per non dimenticarla.
Dopo che è accaduta mi sono sentita meravigliosamente bene: perché ho combattuto contro la mia cazzo di tendenza alla rinuncia che ho messo in atto troppe volte. Insomma, ho abbattuto a spallate un muro, e ne sono fiera. Sono fiera di me stessa, sì.

Venerdì 13 febbraio, Bologna.
In un locale a festeggiare il compleanno di Alessia.
Scendo le scale che portano al piano interrato, assieme ad Enrica. Lorena e Leo stanno davanti, e in mezzo, tra noi e loro, un uomo. Alto, pantaloni chiari, maglia bianca. Sulla quarantina, i capelli tra il biondo e il brizzolato.
Si volta, mi guarda.
Lo guardo. Carino.
Scende ancora, gira l'angolo delle scale e si volta, mi guarda. Sorride.
Incuriosita, continuo a scendere, giro l'angolo anch'io.
E' lì, in piedi davanti alla porta del bagno degli uomini. Mi guarda.
Guardandolo, mi avvicino, gli passo davanti, gli sorrido un ciao.
Passo oltre.
Davanti alla cassa, vedo dei cartoncini e mi viene un'idea: pesco dalla borsa una penna e scribacchio velocemente su uno di essi il mio nome e il numero di cellulare.
Con la coda dell'occhio, controllo se lui sia ancora lì.
Non c'è. O è in bagno, o è risalito.
Ad ogni modo, credo non sarà difficile ritrovarlo.
Nel frattempo è arrivato il mio turno: pago.
Si risale.
Chiedo ad Enrica di aiutarmi a cercarlo, vista la mia capacità di non riconoscere mai nessuno.
Siamo tra la zona dei tavoli e la pista, scortate dai due amici di Alessia che ci riaccompagneranno a casa.
Ed è proprio la pista che Enrica mi fa cenno di guardare: eccolo, è lì che balla assieme ad un paio di altri uomini.
Il cartoncino mi brucia in mano mentre passo tra le persone che si dimenano. A cinque metri da lui, e poi tre, due, uno... e ancora due, tre, cinque... merda, mi sto inesorabilmente avviando verso l'uscita.
"Enrica... che cosa faccio?", chiedo consiglio titubante.
"Beh, vai", m'incoraggia lei.
Sento che mi sto bloccando, la tentazione di nascondere quel biglietto in tasca e precipitarmi verso il portone è fortissima.
Ma... ecco la prima spallata al muro. Nella mia testa.
"Tanto mal che vada non lo rivedrò più, giusto?"
E la seconda, che non dico ma che ho ben presente dentro di me: a quanti uomini ho già rinunciato senza batter ciglio, solo per paura di conoscere qualcuno che valesse davvero la pena o di sentirmi amata veramente?
Mi giro, torno indietro.
Con passo leggero mi avvicino a lui, che mi vede. Si ferma, stupito.
Sorrido mentre gli arrivo accanto: "Io sto andando... Sai, non sono di qua, ma domani sarò ancora a Bologna. Se ti va...", gli porgo il cartoncino e avvicino la mano all'orecchio, stendendo pollice e mignolo a simboleggiare la cornetta.
Lui scruta il biglietto, e poi mi guarda.
Ci scambiamo due baci sulle guance, prima che mi allontani.
Felice di non aver ceduto alla mia codardia per l'ennesima volta.

 

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lunedì, 02 febbraio 2009

Io e noi

Si prova sempre un’intima soddisfazione a pronunciare il pronome noi.
Noi rappresenta la completezza: sia che si parli di se stessi e del proprio cane, o di sé e del proprio compagno; noi siamo io e quelli della palestra, io e i miei amici, io e i miei colleghi.
Noi rappresenta la solidità, la compattezza, un insieme forte e definito.
Ma il noi senza io non può esistere. Noi senza io siete voi. E le stesse lettere, i ed o, sono utilizzate in entrambe le parole, che diventano l’una lo specchio quasi esatto dell’altra.
Esistono persone letteralmente terrorizzate dall’essere semplicemente un io: io, solo io, prima persona singolare. Che sarò mai nell’infinità dello spazio e del tempo? Io, solo io, mi basto? Sono in grado di provvedere a me? Posso stare in piedi da solo, io, solo io, prima persona singolare?
E così, c’è chi si lega a doppio filo ad un’altra persona, da cui può diventare del tutto dipendente, pur di conservare la magia del noi. Magari la sua felicità la trova, a suo modo; felicità che è però del tutto subordinata allo stare con qualcuno.
C’è chi non sa trascorrere due ore da solo senza patimenti ed una sensazione di spossante pesantezza, rimproverandosi di non essere abbastanza, o forse di essere troppo, inadatto, inesatto, chissà...
 
Io sono parte di molti noi: ci siamo io e Sally, io e i miei amici, io e mia cugina, io e i miei genitori.
È da un po’ che non ci siamo io ed il mio uomo. Anzi, mi pare impossibile, a volte, pensare di poter tornare ad essere parte di questo preciso noi. Non lo dico con preoccupazione; una punta di rimpianto, magari, sì: non perché non sappia stare in piedi da sola, ma perché è bello, semplicemente, dare e ricevere amore, e avere l’impressione di costruire qualcosa in due.
 
(dare l’impressione, ho scritto di getto. Dovrei far analizzare questa cosa ad un bravo strizzacervelli)
 
Visto che l’anno nuovo è appena cominciato, o quasi, sono ancora nella piena fase di stesura dei progetti e propositi per i dodici mesi a venire.
Propositi che partono da un postulato che ho fatto un po’ di fatica a maturare, che è il seguente: alcuni dei miei noi attuali mi stanno stretti, mentre l’io chiede spazio, aria, vita, luce.
E così, ho deciso che mi dedicherò di più a me.
Non si tratta di egoismo.
O forse, si tratta di un sano egoismo, vorrei sperare.
Perché non c’è niente di male a volersi bene, a rispettarsi, a seguire il proprio cuore, a dar retta al proprio istinto e ai propri bisogni. Non c’è niente di male, anzi, non solo: è un bene inestimabile per sé e per gli altri.
Perché solo se sarò felice con me, potrò esserlo con qualcuno.
Solo se avrò rispetto per me stessa, potrò dare e chiedere rispetto.
Solo se sarò soddisfatta e realizzata, potrò relazionarmi agli altri in modo sano, senza rancori e deleteri giochini e ricatti di vario genere.
Solo se mi amo, potrò scambiare amicizia, empatia, amore.
Non aspiro a non far più parte di noi. Voglio solo che i miei vecchi, e nuovi, noi abbiano respiro e fiducia.
 
Sono molti i passi che voglio fare, li ho abbastanza chiari in testa. Un po’ sparsi e a ruota libera, ma ci sono, e scalpitano per essere mossi. E anche se a volte mi faccio prendere da improvvise scariche di panico al pensiero di cominciare davvero a realizzare i piccoli grandi sogni che ho (che vanno, per dire, dal mettere in ordine la mia alimentazione al fare le cose che mi piacciono davvero, passando per il dire/fare/sentire le cose che penso/voglio/sento realmente, e per il mettere in discussione alcuni degli aspetti pratici della mia vita che avrei dovuto mettere in discussione già molto tempo fa - se non, meglio, mai dovuto concretizzare), credo che, davvero, non valga più la pena di nascondersi, e aspettare. L’ho già fatto per troppo tempo, ed eccomi qua: un io incompleto, spaventato, a volte insicuro, o insoddisfatto, a volte felice, a volte no.
Ma questo lo metto in conto; anzi, considero normale che non si possa essere sempre, costantemente felici. Sarebbe anormale – e terrificante - il contrario.
È la qualità della felicità a fare la differenza, la forza dell’emozione.
Di tutte le emozioni.
Un io completo non teme la paura, il sonno, la fame, il sacrificio, la povertà, la solitudine; e proprio per questo, sa gioire di ogni raggio di sole e fiocco di neve, schiocca di felicità scaldandosi col legno che brucia nel caminetto, scodinzola come un cucciolo che veda il suo padrone al mattino, si entusiasma per ogni minimo successo, suo o altrui.
 
Insomma, a questo, aspiro: ad essere io, solo io, prima persona singolare.
Unica e forte nella mia completezza, in grado di far parte dei noi che voglio, nel modo migliore.
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lunedì, 26 gennaio 2009

Breve dissertazione su un sentimento umanissimo e controverso

L'invidia non è un sentimento molto nobile, a detta dei più.
Chi lo nutre non ha un attimo di pace, guarda continuamente agli altri cercando di carpire cosa essi abbiano più di lui, o lei, e cercando, in uno slancio famelico, di appropriarsene. Che siano oggetti, stati d'animo, persone stesse.
L'invidia può far corrugare le sopracciglia nel penoso sforzo di capire cosa mai sarà quel bagliore che luccica intorno a qualcuno, che lo rende brillante come l'oro. E mentre si cerca di biasimare quell'oro, denigrandolo in peltro, si cerca comunque di arraffarne una scaglia, una favilla, ché non si sa mai.
L'invidia fa vivere in una costante corsa, in una competizione senza fine che non si sa bene dove possa portare, a chi faccia bene e a chi invece possa nuocere. A chi è oggetto d'invidia o a chi la coltiva nel cuore?
Esiste anche, però, un'altra forma di invidia, più leggera e, se vogliamo, positiva. E' quell'invidia che fa apprezzare cose fatte da altri, o loro caratteristiche e qualità; che accende nello stomaco una scintilla di desiderio, che fa provare la sana voglia di replicare un qualcosa di bello, in prima persona.

Ecco, spero sia con questa seconda forma d'invidia che guarderete la

MERAVIGLIOSA SELEZIONE DI FOTO SCATTATE DA BLIXXXA IN AUSTRALIA
NELL'ALBUM PROPOSTO QUI SOTTO:

 

Australia

 

E spero che vedere (anche se in foto non rendono) quegli stessi splendidi paesaggi che ho visto io vi faccia mettere le ali al cuore e venir voglia di viaggiare. Proprio in Australia, magari, paese in cui, da parte mia, già tornerei, all'istante. O ovunque voi vogliate, tempo, ferie e crisi economica permettendo.

Comunque, ho cercato al massimo di contenere gli scatti, spero di non annoiarvi.

Buona visione!

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lunedì, 19 gennaio 2009

Pare che a volte, insomma, ritornino

Con 8 giga o giù di lì di foto da scaricare.
Con un'abbronzatura approssimativa, tenuta a bada (laggiù) da abbondanti spalmate di una potente crema solare protezione 50 (visto il terrorismo messo in atto per scongiurare il cancro alla pelle), che tende a sbiadire di minuto in minuto.
Poca voglia di tornare ai consueti ritmi lavoro-tempo libero-amici.
Molta voglia di novità.
E moltissimi bei ricordi.
In un ambiente domestico che non collabora al reinserimento nella routine (dove cazzo avrò messo il mio badge, la tessere COOP e quella Feltrinelli, prima di andare via??? Oh, è tutto oggi che li cerco... boh...).
Tre giorni per riabituarmi al fuso orario (fallimento su tutti i fronti), per fare un po' di altre scoperte su di me (successo pieno), per colmare una fame atavica che sembra avermi presa da quando ho rimesso piede sul suolo natio (altro successo, pure dal punto di vista peso-forma, incredibilmente).
Quattro lavatrici di roba da stendere, asciugare, stirare. Con calma, ché tanto sono vestiti estivi e non servono subito. Magari servissero ora!
Ho ritirato fuori guanti e maglioni, dopo essermi gelata nell'aria fredda delle prime passeggiate con Sally.
E il vago rammarico di non aver visto la neve caduta nei primi giorni dell'anno.
Ho ridato vita alla buona abitudine di fare una bella colazione al mattino.
E un sacco di progetti e speranze.

E insomma, l'Australia.
Immagino che tutti vorrete sapere del viaggio. Di com'è andata, se io abbia visto tutti gli animaletti che l'enorme continente regala, e magari anche i famosi surfisti delle spiagge si Sydney e Melbourne. Come sia stato guidare contromano, se abbia fatto un sacco di foto-Hardla, e se abbia visitato Uluru/Ayers Rock, e Sydney e il West. Se l'acqua scenda nel gorgo dello scarico in senso orario o antiorario (non lo so, non ho guardato!), se avrò mangiato carne di coccodrillo e di orango-tango due piccoli serpenti e l'aquila reale, come sia stata la convivenza con la mia logorroica compagna di viaggio. E forse anche altre cose che sapete solo voi.

Vi dico solo questo, per ora.

E'. Stato. Un. Viaggio, Al. Di. Là. Di. Ogni. Aspettativa.

Desiderato a lungo e con ogni forza.
Assaporato goccia a goccia, chilometro dopo chilometro, duna dopo spiaggia dopo eucalipto dopo grattacielo. Se vi è  chiara l'idea.
Pelli scottate dal sole e acque turchesi e terra rossa e deserto.
Gli skyline delle città, immersi nel sole, nell'aria limpida, nel tramonto (pochi, invero, quelli visti a causa della meravigliosa tradizione mutuata dalla Vecchia Madre Gran Bretagna di cenare ben presto, tipo alle 6-7 di sera).
L'accento aussie strascicato e cordiale, così come le persone.
Gli occhi tristi degli aborigeni.
I versi striduli dei pinguini, il koala che avrei potuto tranquillamente prendere in braccio tanto mi era vicino, i delfini tristi di Monkey Mia, i canguri in posa per la foto, l'echidna attraversatrice indomita, le otarie stese a riposare dopo la grande pesca.
Il cuore mi balla dalla felicità se penso a tutti quei meravigliosi animaletti.
La notte che per un pelo siamo riuscite a trovare da dormire, mentre stavamo prendendo confidenza con l'idea di dormire in auto.
Il terribile impatto col Vegemite, specie di crema spalmabile al gusto dado-da-cucina, che sono riuscita ad addomesticare (Dedee, prendi nota) solo se abbinata ad abbondante burro su raisin bread (ta-dà!).
La colonna sonora: Doors, Hallelujah di Leonard Cohen sentita ovunque e in mille rivisitazioni, il didgeridoo e quel pirla di Kid Rock.
E un "keep smiling, you've got a great smile" che mi ha scaldato il cuore per un attimo.
E poi potrei dirvi che... e anche che...

Ma per ora basta, che Sally reclama la mia presenza.
E magari farei pure meglio a ritrovare il badge, visto che stasera si torna al lavoro.

Le foto sì, però!, promesso.
Non tutti gli 8 giga, ok.
Sarò buona.

A presto!

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