Si prova sempre un’intima soddisfazione a pronunciare il pronome noi.
Noi rappresenta la completezza: sia che si parli di se stessi e del proprio cane, o di sé e del proprio compagno; noi siamo io e quelli della palestra, io e i miei amici, io e i miei colleghi.
Noi rappresenta la solidità, la compattezza, un insieme forte e definito.
Ma il noi senza io non può esistere. Noi senza io siete voi. E le stesse lettere, i ed o, sono utilizzate in entrambe le parole, che diventano l’una lo specchio quasi esatto dell’altra.
Esistono persone letteralmente terrorizzate dall’essere semplicemente un io: io, solo io, prima persona singolare. Che sarò mai nell’infinità dello spazio e del tempo? Io, solo io, mi basto? Sono in grado di provvedere a me? Posso stare in piedi da solo, io, solo io, prima persona singolare?
E così, c’è chi si lega a doppio filo ad un’altra persona, da cui può diventare del tutto dipendente, pur di conservare la magia del noi. Magari la sua felicità la trova, a suo modo; felicità che è però del tutto subordinata allo stare con qualcuno.
C’è chi non sa trascorrere due ore da solo senza patimenti ed una sensazione di spossante pesantezza, rimproverandosi di non essere abbastanza, o forse di essere troppo, inadatto, inesatto, chissà...
Io sono parte di molti noi: ci siamo io e Sally, io e i miei amici, io e mia cugina, io e i miei genitori.
È da un po’ che non ci siamo io ed il mio uomo. Anzi, mi pare impossibile, a volte, pensare di poter tornare ad essere parte di questo preciso noi. Non lo dico con preoccupazione; una punta di rimpianto, magari, sì: non perché non sappia stare in piedi da sola, ma perché è bello, semplicemente, dare e ricevere amore, e avere l’impressione di costruire qualcosa in due.
(dare l’impressione, ho scritto di getto. Dovrei far analizzare questa cosa ad un bravo strizzacervelli)
Visto che l’anno nuovo è appena cominciato, o quasi, sono ancora nella piena fase di stesura dei progetti e propositi per i dodici mesi a venire.
Propositi che partono da un postulato che ho fatto un po’ di fatica a maturare, che è il seguente: alcuni dei miei noi attuali mi stanno stretti, mentre l’io chiede spazio, aria, vita, luce.
E così, ho deciso che mi dedicherò di più a me.
Non si tratta di egoismo.
O forse, si tratta di un sano egoismo, vorrei sperare.
Perché non c’è niente di male a volersi bene, a rispettarsi, a seguire il proprio cuore, a dar retta al proprio istinto e ai propri bisogni. Non c’è niente di male, anzi, non solo: è un bene inestimabile per sé e per gli altri.
Perché solo se sarò felice con me, potrò esserlo con qualcuno.
Solo se avrò rispetto per me stessa, potrò dare e chiedere rispetto.
Solo se sarò soddisfatta e realizzata, potrò relazionarmi agli altri in modo sano, senza rancori e deleteri giochini e ricatti di vario genere.
Solo se mi amo, potrò scambiare amicizia, empatia, amore.
Non aspiro a non far più parte di noi. Voglio solo che i miei vecchi, e nuovi, noi abbiano respiro e fiducia.
Sono molti i passi che voglio fare, li ho abbastanza chiari in testa. Un po’ sparsi e a ruota libera, ma ci sono, e scalpitano per essere mossi. E anche se a volte mi faccio prendere da improvvise scariche di panico al pensiero di cominciare davvero a realizzare i piccoli grandi sogni che ho (che vanno, per dire, dal mettere in ordine la mia alimentazione al fare le cose che mi piacciono davvero, passando per il dire/fare/sentire le cose che penso/voglio/sento realmente, e per il mettere in discussione alcuni degli aspetti pratici della mia vita che avrei dovuto mettere in discussione già molto tempo fa - se non, meglio, mai dovuto concretizzare), credo che, davvero, non valga più la pena di nascondersi, e aspettare. L’ho già fatto per troppo tempo, ed eccomi qua: un io incompleto, spaventato, a volte insicuro, o insoddisfatto, a volte felice, a volte no.
Ma questo lo metto in conto; anzi, considero normale che non si possa essere sempre, costantemente felici. Sarebbe anormale – e terrificante - il contrario.
È la qualità della felicità a fare la differenza, la forza dell’emozione.
Di tutte le emozioni.
Un io completo non teme la paura, il sonno, la fame, il sacrificio, la povertà, la solitudine; e proprio per questo, sa gioire di ogni raggio di sole e fiocco di neve, schiocca di felicità scaldandosi col legno che brucia nel caminetto, scodinzola come un cucciolo che veda il suo padrone al mattino, si entusiasma per ogni minimo successo, suo o altrui.
Insomma, a questo, aspiro: ad essere io, solo io, prima persona singolare.
Unica e forte nella mia completezza, in grado di far parte dei noi che voglio, nel modo migliore.