Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.
Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.
