Ho fame di progetti
Ho fame di chiarezza
Ho fame di coerenza
Ho fame di solitudine
Ho fame di libertà
Ho fame di vero amore
Ho fame di pazienza
Ho fame di novità
Ho fame di fango e neve
Ho fame di pioggia
Ho fame di sacrifici
La mia fame è arancione
Ho fame di condivisione
Ho fame di cambiamenti
Ho fame di risposte
Ho fame di chiacchierate
Ho fame di silenzio
Ho fame di libri
Ho fame di albe e tramonti
Ho fame di semplicità
Ho fame di ritrovarti
Ho fame di fuoco e fiamme
Ho fame di serenità
La mia fame brontola
La mia fame non tollera inganni
o contrattempi
La mia fame scalpita come un bambino parcheggiato nel carrello della spesa
La mia fame non si trattiene
E il senso d'attesa è denso come l'olio
galleggia in superficie, sopra la mia testa, come nubi cariche di tuoni e pioggia
Ok, ho capito, mi rimbocco le maniche, scarto le gocce, e vado
L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.
Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.
Penso che dovrei andare a dormire, ma non ne ho alcuna voglia, ancora, nonostante le palpebre pesino per il sonno come macigni. Metto su un po' di musica, mio alimento principale in questi giorni, e accarezzo l'idea di un'ultima sigaretta e di un biscotto, che di certo mi traghetterebbero verso le braccia di Morfeo con qualche senso di colpa in più, ma magari con la mente un po' più sgombra dalla stanchezza.
Fuori piovono minuscoli frammenti d'acqua, talmente insignificanti che non si sentono nemmeno crepitare giù, lungo la grondaia; frammenti sputacchiati da un cielo autunnale di cui non ho proprio più voglia. Non ora che è primavera, non ora che voglio solo luce e calore.
Ho voglia di molte cose, in questo periodo. Terminato il lungo letargo invernale, mi sono riscoperta viva, brillante, pungente come calce viva e pronta ad esplodere come dinamite. Sto accarezzando sogni con immensa paura ed ancor più forte curiosità, io che dalla spinta della curiosità riesco sempre a trarre stimoli febbrili ed intensi, seppur spesso poco duraturi. E' la costanza che mi fa difetto, in qualsiasi cosa io faccia o stato d'animo viva.
Purtroppo?
Per fortuna?
Non lo so.
Però so anche essere molto fedele: ai miei sogni, per esempio. Anche se qualcuno, lo ammetto, l'ho tradito. E pure malamente. Dovrei dare più fiducia agli istinti e ai suggerimenti del mio inconscio, soprattutto quando mi sembrano totalmente irrazionali e pazzeschi.
Sono proprio loro, mi sa, a rivelare la vera essenza di me.
Oggi ho sentito una canzone per radio. Una canzone davvero bella, che non ho potuto fare a meno di ascoltare con intensa concentrazione, e che mi ha alleggerito il cuore. Perché sembra parlare proprio di come io mi senta ora. E nonostante la presenza di una Gianna Nannini che in genere non tollero più di tanto, mi arrischio addirittura a postarla qui, ecco.
Tu che sei parte di me
Le tue braccia lunghe
spalancate all’aria
Solo nel vento sei sempre felice
Butta via i ricordi, getta ogni cornice,
lascia spazio alle cose a venire
Fuori
c’è una notte intera
Puoi perderti..
Tu che sei parte di me
e lasci fuochi
piccole tracce
per riportarmi a casa
Tu che sei parte di me
Ultima luce,
ultima insegna accesa
E ogni nuova paura
alza il fumo negli occhi
e le parole cominciano male..
Ti riuscissi a dire,
riuscissi a spiegare
E’ solo pelle che inizi a cambiare
Fuori
C’è una vita intera,
vuoi perderti?
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni
e mi fai sorprese
Tu che sei parte di me
Soli per la notte intera,
soli per la vita intera
Tu che sei parte di me
e sciogli i fili,
le resistenze,
le mie mani chiuse
Tu che sei parte di me
e porti sogni,
e mi fai sorridere
Fuori
una notte intera
Fuori
una vita intera
Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.
Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.
Questo, per me, è uno di quei momenti in cui è forte il bisogno di raccogliermi un po', e cullarmi nei più intimi segreti della mia anima, che diventa rifugio e capanna sull'albero. Tiro su la scala di corda, e lì me ne sto, sola, al riparo delle fronde.
Il chiasso, il rumore, le voci, il frastuono sono un di più; anzi, più che un di più, un elemento di disturbo.
E' un momenti in cui trovo bello rimanere concentrata solo sui battiti del mio cuore, sulla tensione della mia volontà, sugli sciabordii delle viscere e del sangue che scorre.
Questo mi sta portando ad un'accurata selezione delle cose che voglio e non voglio fare, delle persone che voglio e non voglio vedere, degli stati d'animo che voglio e non voglio sentire, degli obiettivi che voglio e non voglio raggiungere.
Per me, che spesso mi sono sentita come se stessi scivolando su un piano inclinato, senza alcuna possibilià di aggrapparmi a qualcosa o cambiare la direzione della discesa, è un momento di insolita chiarezza e determinazione.
Spero duri.
Voglio che duri.
Qualche sera fa è accaduta una cosa che appunto qui, per non dimenticarla.
Dopo che è accaduta mi sono sentita meravigliosamente bene: perché ho combattuto contro la mia cazzo di tendenza alla rinuncia che ho messo in atto troppe volte. Insomma, ho abbattuto a spallate un muro, e ne sono fiera. Sono fiera di me stessa, sì.
Venerdì 13 febbraio, Bologna.
In un locale a festeggiare il compleanno di Alessia.
Scendo le scale che portano al piano interrato, assieme ad Enrica. Lorena e Leo stanno davanti, e in mezzo, tra noi e loro, un uomo. Alto, pantaloni chiari, maglia bianca. Sulla quarantina, i capelli tra il biondo e il brizzolato.
Si volta, mi guarda.
Lo guardo. Carino.
Scende ancora, gira l'angolo delle scale e si volta, mi guarda. Sorride.
Incuriosita, continuo a scendere, giro l'angolo anch'io.
E' lì, in piedi davanti alla porta del bagno degli uomini. Mi guarda.
Guardandolo, mi avvicino, gli passo davanti, gli sorrido un ciao.
Passo oltre.
Davanti alla cassa, vedo dei cartoncini e mi viene un'idea: pesco dalla borsa una penna e scribacchio velocemente su uno di essi il mio nome e il numero di cellulare.
Con la coda dell'occhio, controllo se lui sia ancora lì.
Non c'è. O è in bagno, o è risalito.
Ad ogni modo, credo non sarà difficile ritrovarlo.
Nel frattempo è arrivato il mio turno: pago.
Si risale.
Chiedo ad Enrica di aiutarmi a cercarlo, vista la mia capacità di non riconoscere mai nessuno.
Siamo tra la zona dei tavoli e la pista, scortate dai due amici di Alessia che ci riaccompagneranno a casa.
Ed è proprio la pista che Enrica mi fa cenno di guardare: eccolo, è lì che balla assieme ad un paio di altri uomini.
Il cartoncino mi brucia in mano mentre passo tra le persone che si dimenano. A cinque metri da lui, e poi tre, due, uno... e ancora due, tre, cinque... merda, mi sto inesorabilmente avviando verso l'uscita.
"Enrica... che cosa faccio?", chiedo consiglio titubante.
"Beh, vai", m'incoraggia lei.
Sento che mi sto bloccando, la tentazione di nascondere quel biglietto in tasca e precipitarmi verso il portone è fortissima.
Ma... ecco la prima spallata al muro. Nella mia testa.
"Tanto mal che vada non lo rivedrò più, giusto?"
E la seconda, che non dico ma che ho ben presente dentro di me: a quanti uomini ho già rinunciato senza batter ciglio, solo per paura di conoscere qualcuno che valesse davvero la pena o di sentirmi amata veramente?
Mi giro, torno indietro.
Con passo leggero mi avvicino a lui, che mi vede. Si ferma, stupito.
Sorrido mentre gli arrivo accanto: "Io sto andando... Sai, non sono di qua, ma domani sarò ancora a Bologna. Se ti va...", gli porgo il cartoncino e avvicino la mano all'orecchio, stendendo pollice e mignolo a simboleggiare la cornetta.
Lui scruta il biglietto, e poi mi guarda.
Ci scambiamo due baci sulle guance, prima che mi allontani.
Felice di non aver ceduto alla mia codardia per l'ennesima volta.
Ad andare a spasso con Sally, si incontra un sacco di persone. Quasi tutte con cane.
O meglio: si incontra un sacco di gente in generale, ma ovviamente è più facile soffermarsi a fare due chiacchiere con chi sta accompagnando il suo animaletto, mentre i due stanno giocando fra loro.
Questa cosa un po' mi ha stupita. Anzi, varie cose mi hanno stupita: prima di tutto, vedere che sono molti coloro che hanno un cane. Tutti poi hanno una storia da raccontare; perché in giro non ci sono solo cagnetti e cagnoni con pedigree, scelti ad hoc nella cucciolata del momento; la maggior parte delle bestioline sono state adottate da un canile, salvate dalla strada e da morte certa. Il che mi fa pensare che di persone di buon cuore, forse, ce n'è più di quanto potessi immaginare.
Perché chi ama un cane, o un animale in generale, è maggiormente disposto alla comprensione e ad aprirsi verso il mondo; lo noto anche in me stessa, da quando c'è Sally, è una meravigliosa pet therapy di cui non potrei più fare a meno. Un animale ti ama in modo assoluto e disinteressato, e diventa un piacere ricambiare questo amore dandogli tutte le cure e attenzioni di cui ha bisogno.
Francamente, quanti sono gli uomini capaci di amare in questo modo?
Anche mio papà, per esempio, che è sul burbero andante, con Sally fa la voce dolce e si prende cura di lei in modo davvero strabiliante.
E sono molti coloro che confessano di non aver pianto mai o quasi nella vita, se non alla morte del proprio cane.
Vorrà dire pur qualcosa?
La seconda cosa che mi ha colpita è, come accennavo sopra, la maggiore facilità che si ha nel comunicare quando ci si muove a piedi accompagnati dal proprio animaletto. Sarà che abbiamo bisogno di trovare un pretesto per rivolgere la parola ad uno sconosciuto, non so, ma un cane fornisce appunto un alibi per attaccare bottone e fare due chiacchiere.
Mi viene spesso chiesto, quando passeggio per i dintorni di casa: "Ma tu sei qui da poco? Non ti abbiamo mai vista!". Ehm, no, non sono qui da poco: è da una vita (letteralmente) che abito qui. Ma a.S. (avanti Sally) mi muovevo sempre in auto: per andare al lavoro, per raggiungere gli amici, per fare la spesa ecc ecc. Non avevo molti motivi per stare nei paraggi di casa, o semplicemente per girarvi a piedi.
Ora sì.
Ora ad ogni passo c'è qualcuno da salutare, con cui scambiare due parole, con cui confrontare le proprie esperienze con i cani e racocntarsi aneddoti divertenti o strappalacrime.
Ci sono persone davvero in gamba, affettuose, equilibrate e disinteressate.
Ci sono cani di tutte le taglie e colori, più o meno affabili e desiderosi di giocare con la mia instancabile peste.
CI sono anche gli stronzi, però: quelli che tengono il cane sempre chiuso in casa, legato o sul balcone, che non fanno alcunché per capire i suoi bisogni, che lo picchiano con la cinghia del guinzaglio quando questi adotta un comportamento normalissimo per un cane.
Qualche giorno fa ho litigato furiosamente con un uomo così.
E' stato liberatorio, posso dirlo?
E insomma, questo piccolo grande mondo che mi si è aperto davanti mi sorprende ogni giorno di più. Ed è bellissimo farsi sorprendere, ogni tanto, così.

Stasera ho voglia di scrivere.
Ho voglia di scrivere e di fregarmene di quello che scriverò, di come lo scriverò, di chi lo leggerà e della sua diagnosi della mente di Blixxxa. Ho voglia di fregarmene perché, ultimamente, mi sto facendo un po' bloccare da 'sta cosa, dal sapere che una discreta parte delle persone che conosco legga di me in queste pagine. Un po' mi son pentita di aver esteso il blog ad amici, colleghi e conoscenti vari: sempre meno, infatti, mi sento realmente immune dai giudizi, già nel momento in cui butto giù una cosa al pc. E questo non va bene.
La stessa cosa vale anche per i blogger conosciuti poi di persona personalmente, entrati, anche se in un secondo momento, a far parte (alcuni, almeno, ma a tutti gli effetti) nella categoria degli amici.
Insomma, non so bene che fare.
Andrò a braccio, come sempre.
Poco fa, mentre tornavo a casa, ho allungato un po' il consueto tragitto in auto per godermi gli ultimi sprazzi di fuochi d'artificio sparati sopra la mia testa. Non riesco a fare a meno di incantarmici su, esattamente come facevo quand'ero bambina, quando aspettavo con impazienza la conclusione della fiera del mio paese, uno dei primi martedì di settembre. Alle undici e mezza, se già ero a letto, quando sentivo i primi botti, mi alzavo, andavo furtivamente in salotto e sbirciavo dalle fessure delle persiane per vedere queste girandole di luci e colori. Rimanevo lì, meravigliata, sperando che durassero in eterno...
E anche adesso, un pochettino, lo spero ancora.
Per il resto, sto vivendo un periodo dissociato: quello che vorrei, quello che ho. Piani e progetti da realizzare, stanchezza mentale e fisica. Io come mi sento, io come vorrei essere.
Vorrei ricominciare a praticare un po' di sport: tennis e tiro con l'arco nella fattispecie.
Vorrei riuscire a smettere di fumare. Ci penso sempre più spesso.
Vorrei riuscire a scrivere un po' di più di quanto non stia facendo.
Vorrei sentire emozioni intense, bellissime, nuove o dimenticate.
Vorrei riuscire a dire basta, in un paio di casi. Anzi, uno l'ho già detto. L'altro forse.
Vorrei tirar fuori le palle con maggiore costanza e convinzione. Per me. Per non tradirmi, per non sprecarmi.
Ultimamente ho fatto delle nuove conoscenze, o amicizie. E ammetto che le persone migliori che ho conosciuto quest'anno sono donne. Sono molto molto felice di questo. Checché se ne dica, il gineceo non tradisce mai.
Strano poi vedere come il tempo a volte non guarisca le ferite. Ma forse ci vuole un po' di premeditazione perché ciò non accada. In tutto questo, la mia, di ferita, è completamente rimarginata, dopo il male cane, i punti di sutura che si riaprivano continuamente, il sanguinamento costante. Se per qualcun altro non è lo stesso... beh, pazienza.
Io mi sono salvata la vita, intanto.
In questi giorni che stavo un po' così ho ripreso in mano il mio romanzo catartico e... beh, è incredibile l'effetto che ha su di me, visto che riesce a depurarmi fino al midollo dai cattivi pensieri in un tempo miracolosamente breve.
Era anche da molto tempo che non lo prendevo in mano. Buon segno.
Non riesco, invece, ogni volta che entro in una libreria o mi avvicino ad una bancarella, a non comprare qualcosa. Dopo aver svaligiato Feltrinelli qualche giorno fa (ho preso un sacco di libri sui cani, tipo: cibo fai da te per gli animaletti domestici a quattro zampe, 50 giochi da fare con il tuo cane, manuale di pedagogia cinofila), oggi mi sono imbattuta in questo La bottega degli errori, definito come noir ironico. Il noir non è esattamente il mio genere preferito, ma l'ironia mi aggrada sempre. L'autore è scozzese, il che non guasta. E, infine, sfogliandolo e leggiucchiando qua e là è scattato quel feeling. Mi sa che ora, appena chiudo il pc, lo comincio.
Mi piace un sacco infatti leggere qualche pagina prima di dormire. Qualche pagina che può anche diventare un centinaio, se la trama acchiappa.
E infine, dulcissimus in fundo, oggi, finalmente!, ho prenotato il tanto atteso viaggio per l'Australia! Un mese, fra dicembre e gennaio. Mi aspetto grandi, enormi, incredibili cose!

E tu dove sei? ripete una voce nella mia testa, eco di una domanda postami ieri da un amico.
Dove ti nascondi, dove sono le tue emozioni, dove sta la difficoltà nel tirarti fuori dal cappello a cilindro, manco fossi il più riottoso e cocciuto dei conigli?
Dov'è quel fuoco, quella passione che ti ha sconvolta più volte, nel bene e nel male, che ti ha fatta patire, incespicare, tirar graffi, pugni all'aria, ai fantasmi dentro la tua testa, con rabbia, con sgomento, con forza, con dolore?
Dov'è quella voglia di scuotere, di essere scossa, di danzare furiosamente nella pioggia, in cerchi sincopati sempre più veloci, sempre più barcollanti, sempre più liberi finché tunf!, a terra, caduta, a ridere felice come una bambina che abbia giocato fino a sfinirsi?
Dov'è quel desiderio profondo di avvinghiarsi ad un corpo, di sentire quel calore peccaminoso e selvaggio di un'altra pelle così vicina alla propria, pelle da graffiare, da segnare con le unghie in strisci dapprima bianchi, e poi rosa, rossi, da prendere a morsi famelici, carni da suggere lasciando solo queste stigmate umide e tumefatte come testimonianza di un rito pagano feroce, cannibalizzante, appagante, stupendo?
Perché hai riposto nel fodero la spada della tua ironia? O avvolto su se stessa e messo al sicuro la tua dolcezza? Cosa hai coperto con le tue paure, molli veli lattiginosi gettati lì, sopra ad oggetti ormai ignoti, irriconoscibili, che dovresti per forza scoprire per ridar loro un senso, per ricollegarli a te, al mondo, alla tua storia, o per gettarli alle ortiche, come rifiuti, perché sì, è il momento di liberarsene, ché non si può portare sempre con sè una pesantissima ed inutile zavorra?
Stai andando dove vuoi andare? Stai facendo quel che vuoi fare, con la convinzione, la caparbietà, la tenacia che le cose importanti, importanti per te, meriterebbero?
Eh?
e grazie a te
che con la chiacchierata di ieri
mi hai fatto tornare il dubbio
- dubbio positivo, dubbio-motore -
e la voglia di spingermi un po' di più oltre la barriera di sicurezza
come troppo raramente ho il coraggio di fare
catarsi, 1

Oggi, finalmente, ho ricominciato a scrivere.
Non parlo del blog, in balìa degli altalenanti stati di forma miei e della mia testolina. Ma di racconti. Perché oggi, per catartizzare un malumore di quelli che non si possono spegnere neanche con un estintore pieno fino all'orlo di polvere ignifuga, mi son detta 'eccecazzo! se non hai voglia di raccontarti in prima persona, almeno scrivici su!'. E così ho fatto. E mi è servito: perché man mano che digitavo sulla tastiera, la testa mi si è alleggerita, mi si è snebbiata la mente, e un peso che avevo lì tra cuore e stomaco è scivolato giù.
E' una sensazione bellissima davvero. Ed è una fortuna senza pari la possibilità di esprimersi e sfogarsi nel modo che si ritenga più appropriato, che sia scrivere appunto, disegnare, suonare uno strumento, andare a correre, cantare e così via. Ricordo alcuni lunghissimi pomeriggi trascorsi impugnando la chitarra e strimpellando furiosamente, le dita sempre più doloranti, cercando di riprodurre le canzoni che più amavo attraverso i 5 accordi che conoscevo ed imbarazzanti abbozzi di arpeggio. Oppure, improvvisavo basi strumentali per le poesie che buttavo giù. Altrettanto forte è stato il trasporto verso il disegno, la pittura. Così come (e lo è ancora) quello per la scrittura.
Con un'unica differenza fra oggi ed il passato: l'intensità.
Ho l'impressione che dieci, quindici anni fa fossi mossa da passioni molto molto più forti di ora. Non stavo bene, di certo, quello no, io adolescente darkettona dall'umore spesso e volentieri plumbeo. Ma, nel bene o nel male mi sentivo comunque viva nel profondo, dentro, fino al midollo. Ora... ora sono molto più consapevole di allora, molto meno travagliata (e per fortuna, oserei dire). Ma per alcuni aspetti, forse, meno intensa.
Anestetizzata dal trascorrere del tempo, dalle comodità, dalle mille cose da fare che mi portano a correre e andare e trovarmi con e...? Spero di no, spero proprio di no.
Forse è semplicemente normale, così, forse fa parte di quel percorso liberamente obbligato che si chiama vita.
Però... però mi trovo spesso a chiedermi se non ci sia un altro modo. Soprattutto quando sono inscatolata nella mia auto mentre vado al lavoro, o quando mi trovo a fare zapping in tivù e sento istantaneamente che i miei neuroni si stanno suicidando, o quando mi trovo in qualche negozio e mi rendo conto che sto acquistando delle cose, le ennesime cose da appendere nel mio armadio, da stipare su qualche scaffale, da riporre in un armadio, al buio.
E' per questo che vivo? E' per questo che sono qui?
Tutto qua?
Voglio un piano B, cazzo. LO VOGLIO.
E ce l'avrei anche: inconsistente, fatto solo di sogni che solo io, IO in prima persona, posso riuscire a realizzare. Ma ce l'ho, oh sì se ce l'ho. E non è, come vagheggiavo un tempo, trasferirmi in qualche paese lontano e vendere collanine su una spiaggia. E' qualcosa che ha a che fare con me, col mio impegno, con la fiducia che posso avere nelle mie capacità. Perché troppe volte ho rinunciato ai mie sogni, per non aver avuto la forza di crederci fino in fondo, per aver detto 'massì, sono solo stronzate', per non aver avuto il coraggio di volare alto, con quell'incoscienza che ammiro molto negli altri ma che mai ho avuto le palle di tirar fuori. Ho sempre pensato che la realizzazione professionale non fosse così importante; ma dopo qualche esperienza lavorativa fallimentare... beh, ho cambiato decisamente idea. Ora, lavoro in un posto decisamente comodo, sono ben retribuita, ho un ottimo rapporto con i colleghi. E lo so che non è poco. Ma qualcosa manca sempre.
Ecco, forse è giunto il momento: di credere in me davvero, con tutte le mie forze. Di provare ad inseguire un mio sogno, di capire se ho qualche qualità.
E mal che vada, ci avrò provato.
I'm pushing an elephant up the stairs
I'm tossing up punch lines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground
I'm breaking through
I'm bending spoons
I'm keeping flowers in full bloom
I'm looking for answers from the great beyond
catarsi, 2

Piccola parentesi SallyCampione, giacché i suoi fans sono molti. Sally in questi giorni ha avuto la tracheite, ha preso i suoi antibiotici, antinfiammatori, sciroppetti vari ed ora sta molto meglio, se non per qualche strascico di inappetenza che, spero, passi presto, ché già è magrolina...
Comunque:
- Sally è ghiotta di lamponi: dopo che le ho fatto assaggiare il primo, raccolto da un cespuglietto che abbiamo in giardino, ha preso ad andarseli a raccogliere da sola
- va d'accordo con i gatti e guarda curiosa le anatre che girano per il canale che ho sotto casa
- ha avuto il suo primo calore e, quindi, ormai è una signorina. Trattatela con rispetto e giù le zampe!
- le piace fare il pisolino pomeridiano davanti alla tivù, guardando vecchi western con mio padre
- le piace anche l'anguria, così come le albicocche. Le pesche invece no e nemmeno il caprino. Va matta per il grana, il pecorino e il provolone
- in questi giorni in cui non è stata molto bene se le si presentava una fetta di prosciutto se la magnava comunque, eccome!
- è troppo intelligente!
- vuole sempre giocare
- la adoriamo tutti, che ve lo dico a fare?
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO PER L'ARMATA GENOVESE IN VISITA SABATO: per evitare che mi facciate domande sul Redentore cui sicuramente non saprei dare alcuna risposta sensata, vi consiglio di andare a leggere un po' di cose, tipo qui, qui e qui.
A presto amici!