lunedì, 13 luglio 2009

Panta Rei

riflessiIl bar da Otello non si chiama così. Non so in realtà quale sia il suo  vero nome, ammesso ne abbia uno. Non c'è alcuna insegna, a parte una grande T bianca su sfondo blu posta lungo la strada; insegna che è anche il motivo per cui, un paio di volte la settimana, mi fermo ed entro. Il bancone di solito è popolato da uomini di varia età che bevono un caffè, uno spritz o un'ombra di vino. La tenuta (estiva) più in voga sembra essere: pantaloni (nella variante lunga, o bermuda); ai piedi, sandali di pelle o - nel peggiore dei casi - mocassino e calzino bianco corto; a completare l'opera, canottiera a coste e spallina larga, o polo a righe nelle mattinate eleganti. Siamo pur sempre in campagna, qui, signori miei...
Dietro il bancone stanno Otello e signora. Ormai viaggiano intorno ai 70 anni, anche se ai miei occhi sono sempre, irrimediabilmente uguali a trent'anni fa. A volte, la moglie serve i clienti e il marito se ne sta fuori, seduto su una di quelle sedie di ferro da bar modello casale in Toscana, fumando e conversando con qualche cliente.  Altre volte, invece, c'è solo lui, oppure la nipote dei due. Ogni tanto, fa capolino anche una bimbetta bionda con codini regolamentari, che spesso e volentieri improvvisa brevi percorsi sulla sua biciclettina a quattro ruote motrici; figlia della nipote, per la cronaca.
Nelle vetrinette e sopra i ripiani del bancone fanno bella mostra di sè:
- tramezzini dall'aria malaticcia, che Benni potrebbe tranquillamente includere nel suo bar Sport;
- gelato (rigorosamente confezionato; un tempo tenevano del gelato artigianale buonissimo, che una sera salvò mio padre da una figuraccia maturata con il primo sperimentale utilizzo del Gelataio Simac. Ma quelli erano altri tempi...);
- boeri, gomme e caramelle.
Le sigarette vengono tenute sotto il bancone, o nella stanzetta-tabaccheria sul retro.
Da sinistra, provengono invece i tintinnii elettronici dei videopoker, cavallo di Troia della modernità.
Alle spalle del bancone, una specchiera con ripiani di vetro su cui poggiano innumerevoli bottiglie di liquori assortiti, che dà alla stanza un aspetto da piccola bottega dello speziale. E, insieme alle bottiglie, messa lì quasi per caso, una foto.
Il ragazzo ha suppergiù vent'anni, i capelli dal taglio anni '80, castani con una frangettona da antologia. Sorride, ha l'aria svagata, da giovane, e gli occhi cerulei come quelli del padre. Mi chiedo sempre, quando lo guardo, come potrebbe sembrare, ora: segni evidenti di calvizie? Sempre molti capelli, ma bianchi, come succede a quegli uomini che incanutiscono presto ma non si stempiano? Porterebbe ancora, negli occhi, sulla bocca, quell'aria felice e svagata? Calcolo che avrebbe circa quarant'anni. Avrebbe, appunto, se non si fosse schiantato con la moto più di vent'anni fa. Era il figlio di Otello e signora.
Ricordo che, quando accadde l'incidente, per giorni e giorni non si fece parola d'altro. E' morto il figlio di Otello!, il tam tam si propagava a macchia d'olio, è caduto in moto, stava tornando da Jesolo...
Per un sacco di tempo, non si parlò che di questo
Pochi giorni dopo, la foto fece la sua comparsa nel bar. 

Ora, quando entro a prendere le sigarette, basta la mia sola presenza a far materializzare sul bancone un pacchetto di Camel Silver. Magie della frequentazione abituale. Pago i miei 4€ e me ne vado. Buongiorno, o buonasera. Qualche volta scatta la parola in più (che freddo, vero? che caldo, eh? hai preso la macchina nuova? posso entrare con la mia cagnetta?). Sorrido, mi sorridono di rimando. Esco. Mi chiedo se si ricordino di me bambina, di quando andavo con le mie amichette, in bici, a prendere il gelato o le caramelle. E penso che il tempo scorre, le ferite si rimarginano. E' naturale, è sano. Si piange un po', se si può voltar pagina la si volta, se non si può si porta il dolore dentro di sé, sempre più in profondità, sempre meno pulsante. Si riaprono le braccia alla speranza, alla vita che continua ad andare.
Il casino è che rimangono lì, immobili in un angolo, quelle piccole, bastardissime foto-cicatrice. E 'ste stronze hanno il brutto vizio di saltar fuori quando meno te lo aspetti: zac!, il bordo tagliente della cornice esige il suo tributo di sangue e lascia un piccolo segno sulla pelle.
Si rimarginerà subito, all'istante quasi, basta appoggiarci su le labbra e disinfettare con un po' di saliva. Un niente, rispetto all'emorragia inarrestabile di qualche tempo prima... ci si riesce anche quasi a ridere su!
Ma... ahi!, che fitta al cuore, e che bruciore, per un momento!

 

 

 

P.s. la foto non c'entra un cazzo, ma mi piaceva. L'ho scattata a Vicenza qualche settimana fa. All rights reserved.

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lunedì, 23 marzo 2009

Tabù

Quand'ero piccola, ero evidentemente molto timida.
E mi vergognavo un sacco a pronunciare una parola che, per me, aveva un significato prettamente peccaminoso. Una parola che costituiva nella mia mente l'anticamera del sesso (a ben guardare, non avevo esattamente tutti i torti).
La parola in questione era: gambe.
La Regina Vittoria sarebbe stata molto fiera di me.

 

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giovedì, 20 novembre 2008

Revival selvaggio

Dopo questo post, ne sono certa, perderò tutti gli amici di Splinder, di Facebook, di tutte le comunità virtuali cui sono iscritta più o meno scientemente, nonché gli amici reali e quelli  immaginari.
Gli operatori Sky non mi telefoneranno più, Babbo Natale sorvolerà la mia casa spernacchiandomi mentre le renne si toccheranno.
Berlusconi avrà nuove barzellette da raccontare.
Eccetera eccetera.

Insomma, mi rivolgo a tutti voi: grazie, grazie per essermi stati vicini fino a questo momento. La vostra amicizia e il vostro affetto, le risate fatte assieme, i bei momenti trascorsi ovunque, a fare qualsiasi cosa, l'aiuto che ci siamo scambiati nei reciproci momenti di difficoltà.... non li dimenticherò mai. MAI.

Però vi capisco se, da questo momento, dopo aver visto quel che vedrete, non vorrete più avere niente a che fare con me.

(oh, mi piace questa mia vena melodrammatica! Io continuo, che dite?)

Il punto è questo: qualche giorno fa Hardla ha scritto un post (ecchecazzo, andatevi a vedere anche lui!) in cui, in piena fase di automartellamento dei maroni, postava una foto risalente a fine anni 80 - primi 90 (correggimi pure eventuali imprecisioni) con taglietto di capelli folkloristico.

Il Bieco Dott. Hardla invitava poi i suoi commentatori a fare altrettanto, buttando la questione sull'onore.

E che cavolo! Donna di princìpi sono!

E così mi è venuta quest'idea malsana: perché non andare a recuperare i miei album e ricostruire la mia storia fotografica?

Detto, fatto.

Quella che seguirà è, quindi, una preziosa documentazione della vita di Blixxxa come non avreste mai immaginato di poterla vedere.

Una piccola postilla, prima che vi accingiate a guardare: ci sono dei veri e propri buchi temporali dovuti a due fattori:
1. non sono riuscita a recuperare tutto il materiale;
2. per interi periodi mi sono proprio rifiutata di farmi fotografare.
Accontentatevi quindi di quel che c'è. Che è già tanto, credetemi. Ho dovuto lottare contro i più vari istinti di autoconservazione per riuscire a pubblicare il materiale sottostante.

Beh, vi lascio alla visione. Vi raccomando l'utilizzo dell amodalità slideshow con intervallo di 4 secondi.

Pronti?

Ma pronti veramente?

Allontanate bambini e animali, prima di cominciare, mi raccomando.

Allora si va?

Eh?

Sì?

E allora...

... VIA!

 

http://picasaweb.google.it/Blixxxabli/KatiaStoriaFotografica#slideshow

 

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venerdì, 30 maggio 2008

La linea Maginot



Da qualche parte, in soffitta o nell'armadio dei miei, è racchiusa una coperta di lana ruvida e pungente; grigio-ferro la tonalità principale, interrotta da stelle e bordi grigio-perla.
Quando, da piccola, ho visto per la prima volta quella coperta, ho chiesto a mia mamma da dove venisse: lei mi ha spiegato che era stata donata dall'esercito inglese ai miei nonni (come a tutte le altre famiglie della zona) dopo che l'Italia era stata liberata alla fine della seconda guerra mondiale. Ed infatti, leggendo le scritte scure che spiccavano sul fondo chiaro degli orli, ho letto qualcosa tipo "Esercito britannico"; in inglese, ovviamente. Mia mamma mi ha chiesto: "Che facciamo? La buttiamo o la mettiamo da parte?"; ed io: "La teniamo!". Perché mi sembrava straordinario avere così a portata di mano un oggetto appartenuto al passato. Alla seconda guerra mondiale, poi, che tanto mi affascinava; ovviamente non l'avevo vissuta in prima persona, come tutti gli altri avvenimenti presentati nei libri; ma era ancora abbastanza vicina da poterne sentire l'eco. E mi colpiva moltissimo avere la conferma, attraverso quella coperta, che sì, era stato un evento reale, vissuto se non da me da alcuni membri della mia famiglia.
Questa consapevolezza mi ha fatto capire, negli anni successivi, quanto poco sapessi dei miei familiari, e quanto mi fosse mancato poter vivere alcuni loro momenti. Perché, per esempio, la mia nonna materna, Antonietta, per molto tempo è stata nella mia mente solo colei che, in un atto ricattatorio e teatrale, si è tagliata le vene dei polsi, e che in generale ha seminato zizzania all'interno della mia famiglia, portando i miei sull'orlo della separazione. Ma mia nonna Antonietta, come mi è stato poi raccontato, era anche quella che andava a teatro la domenica pomeriggio con mio zio, suo figliastro, a vedere qualche spettacolo d'opera al teatro di Mestre. Riesco ad immaginarli, bagnati dalla luce benevola del sole, un gelato in mano, giovani e sorridenti, in una città dalle sfumature seppia, completamente diversa da quella che conosco.
E mio nonno Attilio, padre di mio papà, è stato una presenza fugace nella mia vita: perché è morto quando avevo solo otto anni, e già prima di morire era infermo e sempre meno lucido e presente. Ricordo (ed è una delle pochissime memorie dirette che ho di lui) un giorno in cui è venuto a trovarci con un regalo per me: un bellissimo flauto azzurro avvolto da carta da pacchi marroncina. Adoravo quel flauto!
Mio nonno è stato il primo cadavere che ho visto: quand'è morto, mia mamma ed io eravamo in montagna. Mio papà è salito a prenderci e ci ha portate a casa, e da lì abbiamo raggiunto l'abitazione dei nonni: appena messo piede in casa ho immediatamente respirato quell'aria pesante ed immobile che ancora adesso non posso fare a meno di associare alla morte. In cucina, la nonna ed altri familiari erano radunati attorno al tavolo. "Vuoi vedere il nonno?", mi ha chiesto ad un certo punto mio padre. Ho annuito, in un misto di curiosità e paura. Siamo andati in camera e l'ho visto, disteso nella sua bara, la bocca semiaperta, gli occhi chiusi. Era lui, era morto.
Negli anni, ho saputo molte cose del nonno: di quando ha rischiato, lui comunista convinto, di essere fucilato da un gruppetto di ufficiali fascisti perché al passaggio della loro camionetta si era rifiutato di salutarli col braccio alzato. Dopo essersi trovato un paio di canne di fucile puntate alla tempia, ha optato per la salvezza della pelle. Mio nonno fumava tantissimo, era un ubriacone, e quando tornava a casa pieno di vino picchiava mia nonna. Altra cosa che ho scoperto di recente: mio padre, una volta in cui, tornato a casa, ha assistito al ripetersi della medesima scena, gli si è scagliato contro rompendogli il naso con un pugno. Ma mio nonno era anche quello che adorava sua mamma, la mia bisnonna, Giulietta; che aveva chiamato in suo onore la primogenita Giulia, che desiderava che i miei mi chiamassero a loro volta Giulietta, e che era molto galante e premuroso con mia mamma, ed un istrione, quando voleva.
Ed i miei genitori, che ho sempre visto, da bambina, litigare, o peggio chiudersi nei loro silenzi ostili, poco hanno a che fare con i due giovani sorridenti immortalati nelle foto sparse che, da piccola, tiravo fuori dalle scatole in cui erano conservate e guardavo avidamente. Mia mamma era bellissima, ricciolina e sorridente, i capelli corti e cotonati, gli occhi bistrati di eyeliner, e dei vestiti anni '70 così tremendamente alla moda... Mio papà era un timido bulletto di campagna, magrissimo e con le orecchie a sventola, il sorriso scanzonato ed uno sguardo buono di sfida. Nelle foto scattate il giorno del loro matrimonio sono deliziosi, pare di leggere loro in faccia la voglia di un futuro radioso. Ed erano così giovani, se ci penso: 23 anni lei, 25 lui. Due ragazzini.
Ci ho messo un sacco di tempo per riuscire a conciliare tutte queste immagini del passato con ciò che avevo vissuto io e con l'idea che mi ero fatta della mia famiglia. Pian piano sono venuta in possesso di nuovi elementi, nuovi indizi; come avere due lampade, messe ai lati opposti di un oggetto, ed accenderle alternativamente: nuove luci, nuove ombre, diversi profili che prendono forma.

Ed eccola qua, la mia linea Maginot: ho trascorso un'intera adolescenza a prendere le distanze dalla mia famiglia, a ribellarmi rabbiosamente ai miei genitori, a tener conto solo di quanto avevo percepito con le mie antennine di bimba, a rifiutare l'idea di poter essere come tutti loro, o di far parte di loro, arrivando anche a pensare che magari ero stata adottata, erigendo così la mia fortificazione inespugnabile, scavando con metodo le mie trincee protettive, disponendo con precisione le mie postazioni di difesa ed attacco. Ed invece sono stata bellamente aggirata, com'era giusto che fosse; e quelli che mi sembravano solo i terribili fantasmi del passato si sono pian piano palesati e fatti conoscere, diventando una parte di me, come del resto già erano, nonostante le mie resistenze. Ma senza rancore, senza dolore, finalmente.
Solo ricordi.
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giovedì, 15 maggio 2008

Anima Nuova, Piccola Iena

Stasera, mentre me ne tornavo da una serata vagamente alcolica piacevolmente trascorsa con un'amica a chiacchierare di noi come mai avevamo fatto, ho sentito questa canzone. Che mi è entrata nella testa come solo alcune canzonette sanno fare. E quindi, giunta a casa, coccolata un po' Sally, mi sono attaccata al pc e l'ho scaricata all'istante.
E' bellissima. Anche il testo.
Anch'io mi sento una piccola anima nuova. Sto imparando moltissimo da quanto mi sta accadendo in questo periodo. Ad essere sincera ho imparato molto negli ultimi anni, da quando ho deciso di mettermi in gioco con volontà e deciso di darmi una mossa e provare a diventare quella che sentivo di essere, che però se ne stava lì sepolta, da qualche parte, in un cantuccetto in penombra. Ottima osservatrice, ma pessima giocatrice.
Anche ora, a volte, l'osservatrice ha la meglio. Ma ci stiamo lavorando.
Questo blog è cura appunto dell'osservatrice, di quella parte di me che si ferma (spesso) a riflettere sulle cose, che ci rimugina su anche più di quanto sarebbe necessario, che magari non dice molto ma che (quasi) sempre si capisce, con calma. E si sente.
Questo blog mi è stato utile, negli anni, a salvare momenti e sensazioni. Qualsiasi post o commento io rilegga, mi affiora subito alla mente in una sequenza rapidissima ciò che provavo e stavo vivendo in quel momento.
Il mio primo post per esempio è di una pochezza disarmante. Eppure, rileggendolo, ricordo per filo e per segno quella notte: la notte in cui ho deciso di aprire questo spazio, mossa dalla curiosità, dalla voglia di ricominciare a scrivere e di imparare ad utilizzare il pc che avevo preso da poco in modi che mi si confacessero. Il momento storico non era di certo dei più positivi: la mia storia d'amore quinquennale era finita malamente; l'umore era pessimo, e per cercare di migliorarlo ero stata in Olanda a seguire un paio di date di concerti degli Afterhours, da sola, ricavandone forse ancor più solitudine e freddo (anche in senso fisico: si gelava lassù!); ero in una fase di piena confusione, insomma.
Ne è corsa di acqua sotto i ponti, da allora... Moltissima. E comprendo perfettamente la metafora dell'uomo che, seduto sulla sponda del fiume, non guarderà mai lo stesso corso d'acqua perché è lui, per primo, a cambiare. Poiché in effetti, almeno in apparenza, nulla nella mia vita è mutato: abito sempre nella stessa casa, lavoro sempre nello stesso posto... Ma sono, io, una persona diversissima.
Già.

Comunque, il mio primo post risale esattamente a due anni fa, ora più ora meno.
E per una che non porta mai a termine alcunché e si stanca subito delle cose, è un bel traguardo davvero!

Buon compleanno e lunga vita allora, Piccola Iena! Sii sempre custode e testimone dei miei pensieri e delle mille facezie che, in modo magari altalenante, qui scriverò.

new soul

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lunedì, 11 febbraio 2008

Dicotomie

dalla colonna sonora di un film tratto da un libro che amo moltissimo: caos calmo
il film devo ancora vederlo, ma è solo questione di giorni
il caos calmo ce l'ho dentro da sempre

dicotomie 1  PIENO  VUOTO 
oggi è il giorno del vuoto, scelto ed agognato.
non rispondo al telefono, non voglio presenze inopportune. solo io e me. non ho in programma di uscire stasera, non desidero circondarmi di persone. ho solo voglia di silenzio e pace. eccomi così a svuotare il caos con calma - attingendo nel torbido con un piccolo misurino dal manico anatomico. mi depuro, mangio finocchi crudi e bevo tisane, dormo nella luce del sole, leggo e traggo beneficio da parole altrui, scritte chissà quando e chissà dove.
stempero le sensazioni, riprendo forma.

"le creature umane formano una strana fauna, una strana flora. da lontano paiono trascurabili; da vicino possono sembrare brutte e cattive. ma soprattutto occorre che abbiano intorno aria, spazio sufficiente - spazio, anche più che tempo" (henry miller)

dicotomie 10 BRUTTO  BELLO
per strada, questo pomeriggio, osservavo i ragazzi in attesa alla fermata dell'autobus, o che camminavano o pedalavano in giro, molti con le cuffiette del lettore mp3 infilate per bene nelle orecchie.
ho notato soprattutto: il ragazzo dai capelli corvini tagliati alla paggetto, il giubbotto di pelle, jeans stracciati e anfibi. in bici, canticchiava fra sè e sè. poi, la ragazza dai capelli rossi divisi in due trecce, ridente mentre parlava al telefono, borsa a tracolla di emily the strange, calze coloratissime.
il ventenne seduto su una panchina, intento a leggere un libro (non so quale, accidenti!), capelli lunghi ricciolosi e in disordine. il sedicenne -  almeno credo, non riesco più a dare un'età alle persone - avviato chissà dove con una borsa da calcio in spalla, fischiettando dal passo spedito.
ho pensato che ciascuno di loro, a modo suo, fosse bellissimo.
 


dicotomie 7  IERI DOMANI

mia nonna amava molto l'opera. qualche domenica, quando il pesante lavoro al panificio e gli impegni familiari glielo consentivano, usciva con mio zio - pure melomane, e andava a teatro, a mestre. me li immagino, a braccetto fra la folla, nella luce calda del sole primaverile, la concessione extra-routine di un gelato, a godere di quei momenti di pace ritagliati solo per loro, chiacchierando forse della loro famiglia, di desideri, ipotesi, aspirazioni, con leggerezza, profondità, confidenza, affetto.
come faccio faccio io ora con mia mamma e mio papà.
come forse farò con i miei figli, se mai ne avrò.
continuità.


dicotomie 6 BIANCO NERO

come le parole stampate su un foglio. perché ultimamente, i miei si son messi a leggere di brutto.
non che prima tenessero i libri lontani come la peste. la differenza è che si sono riavvicinati alla lettura con una passione che non avevo mai visto in loro, divorando romanzi, saggi, instant books.
qualche giorno fa, per esempio, ho terminato un libro da loro prestatomi (il maestro magro, gian antonio stella). la cosa che mi ha stupita maggiormente è che mi sono sorpresa a chiamarli all'istante, perché non vedevo l'ora di condividere con loro le impressioni maturate.
wow.
mio padre, poi, ha sempre acquistato il giornale, ogni mattino. il giornale nel senso di quotidiano, non della testata specifica. rimanendo fuori per ore, detto fra noi, perché ogni volta incontra vecchi amici e si ferma a parlare per ore. a differenza di me, che mi inscatolo nella mia vecchia punto e mi sposto altrove, senza avere la minima idea di chi mi passi accanto.
anche se questo, in effetti, è più un

dicotomie 9  DENTRO FUORI
quando vivevo con i miei, la mia camera era un po' il mio rifugio ed un po' la mia prigione.
totalmente mia, vista l'assoluta libertà concessami in tema di arredamento e decori. le pareti ed il soffitto erano tappezzate di perline di legno, che a mia volta avevo ricoperto di poster (la parabola evolutiva registra, nell'ordine di apparizione: spandau ballet, paolo maldini, a-ha, andy warhol, cure, il corvo), foto, pacchetti di sigarette (attaccati con le puntine), disegni.
amavo molto circondarmi di caos, riempire ogni spazio disponibile, in preda ad idee che mi sembravano intense e stupefacenti, come se ogni singolo pezzo fosse la materializzazione di una piccola parte di me.
il mio pezzo preferito era un "aforisma", chiamiamolo così, ossia: FATTI I CAZZI TUOI! (CONFUCIO), che avevo letto chissà dove e riproposto in versione striscione belligerante contro chiunque fosse bazzicato dalle mie parti, pennarello nero su foglio bianco.
e che devo dire? lo trovavo geniale.
ora, il mio rifugio si è esteso all'intero appartamento in cui vivo, che è molto più sobrio ed essenziale di quanto non fosse la mia cameretta.
fuori, c'è sempre il mondo.


 ESTATE INVERNO dicotomie 3
mi stavo quasi abituando all'aria più calda, al sole tiepido, all'idea di poter stendere nuovamente il bucato all'aria aperta (dio, quanto amo il profumo della biancheria asciugata dal sole!), che trac!, ecco tornato il freddo gelido e bianco di brina mattutina.
io, che una volta ero un diafano animale notturno ed amante del gelo, ho solo voglia di starmene in panciolle sotto il sole caldo e confortante.

"summertime,
and the livin' is easy
fish are jumpin'
and the cotton is high

your daddy's rich
and your mamma's good lookin'
so hush little baby
don't you cry" (george gerschwin)

dicotomie 8 SOGNI VITA
ho sempre sognato molto, sia dal punto di vista onirico sia dei sogni ad occhi aperti o desideri. uno dei miei sogni (onirici) più frequenti è sempre stato quello di volare: alzarmi come d'incanto da terra, muovendo un passo, e trovarmi a librare nell'aria. meravigliosa sensazione.
quanto ai sogni come desideri... beh, ho sempre sognato molto pure in questo caso.
sogno e realtà non sempre coincidono. ma quando lo fanno... è il meglio che c'è.

"qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. l'audacia reca in se genialità, magia e forza. comincia ora." (johann wolfgang goethe)

comincio.

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domenica, 02 dicembre 2007

Comme Proust (petits morceaux à mes madeleines)


e mi rendo conto quanto poco basti
- oggi, almeno -
a dare forma ai ricordi. come una fontana a getto continuo, li sento sgorgare inarrestabili, dalle fonti più disparate:

una canzone (rapace - aftehours)
memoria di un'estate strana, sballottata, intensa, confusa
- a tal proposito: non so se tu stia leggendo, e... chissà se e come ricordi quei giorni... so però che non ne abbiamo mai più parlato. ti lascio qui, per quanto possa sembrare futile, patetico, ridicolo, le mie scuse: perché mi sono comportata davvero come una stronza. non ho attenuanti per questo. ma mi credi se ti dico che non era mia intenzione, e che in quel momento non ci capivo nulla? non servirà a niente, lo so, ma... sappi che quella giornata a gardaland, i mille concerti visti, le chiacchierate che ci siamo fatti sono state belle ed importanti, per me. e che mi manca quell'amicizia. non sono così scema da pensare che potrà mai tornare tutto come prima. però, volevo lo sapessi  -

una ciotola di mele condite con olio e sale
ricetta strana di un uomo strano, che ho amato con tutta me stessa. fragile lui, fragile io, destinati a fallire.  nel modo peggiore, per lo più. ci siamo sostenuti a vicenda, come due animaletti che svernano al calduccio della loro tana, e si leccano l'un l'altro per darsi forza e costruire legami. abbiamo attinto forse fin troppo dalle reciproche debolezze, mettendo su un castello dalle fondamenta di cartone. non so tu, ma io ho sempre saputo che eravamo destinati a crollare. certo, quand'è successo è stato devastante, non potrei trovare termine più azzeccato.
nonostante il male che mi hai fatto, spero con tutto il cuore tu riesca, prima o poi, a trovare la tua felicità.

un'infusiera, usata questo pomeriggio
mi riporta alla mente le calde atmosfere del Marocco, i colori intensi, il tè alla menta, la carne, le spezie, il caos, l'oceano, il sole caldo... avrei proprio voglia di essere lì, ora, ricaricarmi dell'infinita energia di quel luogo...

una calamita della route 66, stabilmente appiccicata alla porta del mio frigo
sarà che sto pregustando (con un anno di anticipo, ma vabbè...) un viaggio che per alcuni aspetti sarà molto simile, ma le memorie dell'indimenticato e spettacolare scorazzamento on the road per la west coast degli USA rimangono sempre chiare e vivide, ed ogni volta mi danno una sferzata d'energia eccezionale. senso di libertà. scoperta. girls just want to have fun.

spezie per cous cous
anche in questo caso, il collegamento è abbastanza labile. ma vedere il barattolino esposto sulla mensola portaspezie mi ha fatto ricordare il viaggio in solitaria in olanda, in particolar modo la gelida e triste serata di groeningen, quando - incerta su dove andare, infreddolita, stanca e raminga in attesa dell'inizio del concerto - mi sono ritirata nell'unico ristorante completamente deserto, proprietari israeliani a parte, e mi son messa a chiacchierare con loro. quella chiacchierata è stato come un balsamo.

la famiglia winshaw
libro che sto cercando di rileggere in questi giorni, mi ha ricordato un pomeriggio veneziano di qualche anno fa, in cui sono andata per la prima volta a vedere la galleria di peggy guggenheim. ricordo il percorso trasognato lungo le sale, lo scorrere dei quadri e delle opere, uno via l'altro, finché... mi si para davanti l'impero delle luci di magritte. il classico fulmine a ciel sereno, manifestazione di sindrome di stendhal, paralisi, lucidità onirica, accelerazione del battito cardiaco e sospensione dello scorrere del tempo. esperienza quasi extracorporea. che meraviglia. pagherei non so cosa per poter entrare nella tela, vivere per un po' lì dentro.

un quadratone di cioccolato fondente
vagamente peccaminoso, intenso, puro.
l'unica cosa che mi può rimettere in moto, sempre e comunque. ora.

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lunedì, 22 ottobre 2007

La sorellanza

Dicono che i rapporti tra noi donne siano spesso morbosi e insani, pieni di gelosie, piccole invidie, competizione. Si tratti di uomini, vestiti, lavoro, ci trasformeremmo in un esercito di arpie pronte a saltarci l'un l'altra alla giugulare, pugnalarci alle spalle, tagliarci i panni addosso.
Ed è vero, purtroppo, che a volte le cose vanno esattamente così.

Eppure... Eppure penso alle mie amiche, a quello che abbiamo fatto e facciamo assieme.

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mercoledì, 17 ottobre 2007

Venghino, siore e siori!

Chi ha fatto il Blixxxa test si è imbattuto di certo in una domanda, ossia: Qual è il mio sogno più grande?
Ecco. Ora posso dirvelo: al primo posto, aprire un B&B in cui organizzare anche corsi di vario genere; al secondo, aprire un caffè letterario.
E, sapete?, mi piacerebbe proprio tanto farlo.
‘Perché non provi?’, obietterà forse qualcuno.
Per svariati motivi che ora vi dirò.
Facciamo però prima una piccola divagazione. Qualche giorno fa stavo parlando con una mia cugina durante un pranzo in famiglia; Valeria ha ricordato un motto di mio nonno: ‘A noi Blixxxa’s-family-name mancheranno sempre due cose: la paura ed i soldi’.
Quanto alla paura, mi riservo di esprimere qualche dubbio: io, per esempio, a volte mi fotto proprio di paura. E non solo al pensiero di eventuali zombie nascosti sotto il letto (ta-dah!), ma soprattutto quando c’è da rischiare in prima persona. Alcune mie scelte sono state infatti guidate da ragionamenti decisamente più codardi e – temo – utilitaristici. E non sono di certo l’unica. Valeria mi faceva infatti notare come nessuno, in famiglia, abbia sviluppato una qualche forma di imprenditorialità: tutti lavoratori dipendenti col posto di lavoro ben stretto. Bisogno di sicurezza, insomma. Ed io non faccio eccezione (anche se il ronzio di nuove possibilità non mi abbandona mai, lo ammetto).
Riguardo ai soldi, invece, io e la cugina non abbiamo avuto dubbi: il nonno aveva decisamente ragione!
 
Mi è tornato però alla mente un tentativo operato dalla sottoscritta in tenera età di avviare una qualche forma di attività commerciale.
 
Avete mai allestito, da bambini, una BANCARELLA?
 
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si è disquisito di: ricordi, perle di saggezza, anni 80, bah , costume e società


mercoledì, 03 ottobre 2007

Pensavo fosse amore... invece era un autotreno che andava a 100 all'ora contromano in autostrada

Non è assolutamente tempo di autocommiserarsi.
No.
A che pro?
Certo, il dolore c'è stato, c'è, misto ad incredulità ma anche a quella strana serenità che mi sta accompagnando ultimamente, anche nelle esperienze più negative.

E' strano vedere come tutto fa presto a dissolversi, come sogni, progetti, illusioni cullati fino a poco tempo prima nella propria testa, nel proprio cuore, improvvisamente diventano nulla.
Eppure, sento di aver molto da cui ripartire.

Da me stessa, prima di tutto.
Dalla consapevolezza di aver vissuto una bella esperienza.
Dall'assenza di rancori.
Dai bei ricordi, che comunque rimangono.
Dalla speranza, e non dalla disperazione.
Dall'amore delle persone che mi stanno accanto, ora.
Dai mille progetti che sto già cullando in me.
Dall'incognita del futuro, che sempre meno mi fa paura.
Dalla consapevolezza che rischiare e buttarsi, nelle cose, è l'unico modo. E che anche se si rischia di rimanere feriti, almeno non si è logorati dai rimpianti.

Insomma, non sarà facile neanche stavolta rimettersi in piedi, pulirsi i vestiti dalla polvere, raccogliere quelle due o tre cose e ripartire.
Ma sono pronta a farlo.
E avrò momenti di stanchezza, certo, di disillusione, di paura, ma finalmente so in che misura io possa contare su di me.

E non è poco.

Poi, se questo non bastasse, c'è sempre la canzone, no?

 

 

At first I was afraid, I was petrified
Kept thinkin' I could never live
without you by my side
But then I spent so many nights
Thinkin' how you did me wrong
And I grew strong, I learned how to get along
And so you're back from outer space
I just walked in to find you here
with that sad look upon your face
I should have changed that stupid lock
I should have made you leave your key
If I'd know for just one second
you'd be back to bother me
Go on now, go walk out the door
just turn around now
'cause you're not welcome anymore
Weren't you the one who tried to hurt me
with goodbye
Did I crumble?
Did you think I'd lay down and die?
Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love
I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give
And I'll survive, I will survive, Hey Hey
It took all the strength I had not to fall apart
Kept trying hard to mend the peices
of my broken heart
And I spent oh so many nights
just feeling sorry for myself, I used to cry
but now I hold my head up high
And you see me somebody new
I'm not that chained up little person
still in love with you
And so you feel like droppin' in
And just expect me to be free
Now I'm savin' all my lovin'
for someone who's lovin' me
Go on now, go walk out the door
just turn around now
'cause you're not welcome anymore
Weren't you the one who tried to hurt me
with goodbye
Did I crumble?
Did you think I'd lay down and die?
Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love
I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give
And I'll survive, I will survive
Go on now, go walk out the door
just turn around now
'cause you're not welcome anymore
Weren't you the one who tried to hurt me
with goodbye
Did I crumble?
Did you think I'd lay down and die?
Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love
I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give
And I'll survive, I will survive, Hey Hey
And I'll survive, I will survive, Hey Hey

hanno viaggiato veloci sulla tastiera le dita di Blixxxa tempo stimato 04:14 | Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
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