lunedì, 22 giugno 2009

In caos

L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.

Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.

 

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lunedì, 02 febbraio 2009

Io e noi

Si prova sempre un’intima soddisfazione a pronunciare il pronome noi.
Noi rappresenta la completezza: sia che si parli di se stessi e del proprio cane, o di sé e del proprio compagno; noi siamo io e quelli della palestra, io e i miei amici, io e i miei colleghi.
Noi rappresenta la solidità, la compattezza, un insieme forte e definito.
Ma il noi senza io non può esistere. Noi senza io siete voi. E le stesse lettere, i ed o, sono utilizzate in entrambe le parole, che diventano l’una lo specchio quasi esatto dell’altra.
Esistono persone letteralmente terrorizzate dall’essere semplicemente un io: io, solo io, prima persona singolare. Che sarò mai nell’infinità dello spazio e del tempo? Io, solo io, mi basto? Sono in grado di provvedere a me? Posso stare in piedi da solo, io, solo io, prima persona singolare?
E così, c’è chi si lega a doppio filo ad un’altra persona, da cui può diventare del tutto dipendente, pur di conservare la magia del noi. Magari la sua felicità la trova, a suo modo; felicità che è però del tutto subordinata allo stare con qualcuno.
C’è chi non sa trascorrere due ore da solo senza patimenti ed una sensazione di spossante pesantezza, rimproverandosi di non essere abbastanza, o forse di essere troppo, inadatto, inesatto, chissà...
 
Io sono parte di molti noi: ci siamo io e Sally, io e i miei amici, io e mia cugina, io e i miei genitori.
È da un po’ che non ci siamo io ed il mio uomo. Anzi, mi pare impossibile, a volte, pensare di poter tornare ad essere parte di questo preciso noi. Non lo dico con preoccupazione; una punta di rimpianto, magari, sì: non perché non sappia stare in piedi da sola, ma perché è bello, semplicemente, dare e ricevere amore, e avere l’impressione di costruire qualcosa in due.
 
(dare l’impressione, ho scritto di getto. Dovrei far analizzare questa cosa ad un bravo strizzacervelli)
 
Visto che l’anno nuovo è appena cominciato, o quasi, sono ancora nella piena fase di stesura dei progetti e propositi per i dodici mesi a venire.
Propositi che partono da un postulato che ho fatto un po’ di fatica a maturare, che è il seguente: alcuni dei miei noi attuali mi stanno stretti, mentre l’io chiede spazio, aria, vita, luce.
E così, ho deciso che mi dedicherò di più a me.
Non si tratta di egoismo.
O forse, si tratta di un sano egoismo, vorrei sperare.
Perché non c’è niente di male a volersi bene, a rispettarsi, a seguire il proprio cuore, a dar retta al proprio istinto e ai propri bisogni. Non c’è niente di male, anzi, non solo: è un bene inestimabile per sé e per gli altri.
Perché solo se sarò felice con me, potrò esserlo con qualcuno.
Solo se avrò rispetto per me stessa, potrò dare e chiedere rispetto.
Solo se sarò soddisfatta e realizzata, potrò relazionarmi agli altri in modo sano, senza rancori e deleteri giochini e ricatti di vario genere.
Solo se mi amo, potrò scambiare amicizia, empatia, amore.
Non aspiro a non far più parte di noi. Voglio solo che i miei vecchi, e nuovi, noi abbiano respiro e fiducia.
 
Sono molti i passi che voglio fare, li ho abbastanza chiari in testa. Un po’ sparsi e a ruota libera, ma ci sono, e scalpitano per essere mossi. E anche se a volte mi faccio prendere da improvvise scariche di panico al pensiero di cominciare davvero a realizzare i piccoli grandi sogni che ho (che vanno, per dire, dal mettere in ordine la mia alimentazione al fare le cose che mi piacciono davvero, passando per il dire/fare/sentire le cose che penso/voglio/sento realmente, e per il mettere in discussione alcuni degli aspetti pratici della mia vita che avrei dovuto mettere in discussione già molto tempo fa - se non, meglio, mai dovuto concretizzare), credo che, davvero, non valga più la pena di nascondersi, e aspettare. L’ho già fatto per troppo tempo, ed eccomi qua: un io incompleto, spaventato, a volte insicuro, o insoddisfatto, a volte felice, a volte no.
Ma questo lo metto in conto; anzi, considero normale che non si possa essere sempre, costantemente felici. Sarebbe anormale – e terrificante - il contrario.
È la qualità della felicità a fare la differenza, la forza dell’emozione.
Di tutte le emozioni.
Un io completo non teme la paura, il sonno, la fame, il sacrificio, la povertà, la solitudine; e proprio per questo, sa gioire di ogni raggio di sole e fiocco di neve, schiocca di felicità scaldandosi col legno che brucia nel caminetto, scodinzola come un cucciolo che veda il suo padrone al mattino, si entusiasma per ogni minimo successo, suo o altrui.
 
Insomma, a questo, aspiro: ad essere io, solo io, prima persona singolare.
Unica e forte nella mia completezza, in grado di far parte dei noi che voglio, nel modo migliore.
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lunedì, 19 gennaio 2009

Pare che a volte, insomma, ritornino

Con 8 giga o giù di lì di foto da scaricare.
Con un'abbronzatura approssimativa, tenuta a bada (laggiù) da abbondanti spalmate di una potente crema solare protezione 50 (visto il terrorismo messo in atto per scongiurare il cancro alla pelle), che tende a sbiadire di minuto in minuto.
Poca voglia di tornare ai consueti ritmi lavoro-tempo libero-amici.
Molta voglia di novità.
E moltissimi bei ricordi.
In un ambiente domestico che non collabora al reinserimento nella routine (dove cazzo avrò messo il mio badge, la tessere COOP e quella Feltrinelli, prima di andare via??? Oh, è tutto oggi che li cerco... boh...).
Tre giorni per riabituarmi al fuso orario (fallimento su tutti i fronti), per fare un po' di altre scoperte su di me (successo pieno), per colmare una fame atavica che sembra avermi presa da quando ho rimesso piede sul suolo natio (altro successo, pure dal punto di vista peso-forma, incredibilmente).
Quattro lavatrici di roba da stendere, asciugare, stirare. Con calma, ché tanto sono vestiti estivi e non servono subito. Magari servissero ora!
Ho ritirato fuori guanti e maglioni, dopo essermi gelata nell'aria fredda delle prime passeggiate con Sally.
E il vago rammarico di non aver visto la neve caduta nei primi giorni dell'anno.
Ho ridato vita alla buona abitudine di fare una bella colazione al mattino.
E un sacco di progetti e speranze.

E insomma, l'Australia.
Immagino che tutti vorrete sapere del viaggio. Di com'è andata, se io abbia visto tutti gli animaletti che l'enorme continente regala, e magari anche i famosi surfisti delle spiagge si Sydney e Melbourne. Come sia stato guidare contromano, se abbia fatto un sacco di foto-Hardla, e se abbia visitato Uluru/Ayers Rock, e Sydney e il West. Se l'acqua scenda nel gorgo dello scarico in senso orario o antiorario (non lo so, non ho guardato!), se avrò mangiato carne di coccodrillo e di orango-tango due piccoli serpenti e l'aquila reale, come sia stata la convivenza con la mia logorroica compagna di viaggio. E forse anche altre cose che sapete solo voi.

Vi dico solo questo, per ora.

E'. Stato. Un. Viaggio, Al. Di. Là. Di. Ogni. Aspettativa.

Desiderato a lungo e con ogni forza.
Assaporato goccia a goccia, chilometro dopo chilometro, duna dopo spiaggia dopo eucalipto dopo grattacielo. Se vi è  chiara l'idea.
Pelli scottate dal sole e acque turchesi e terra rossa e deserto.
Gli skyline delle città, immersi nel sole, nell'aria limpida, nel tramonto (pochi, invero, quelli visti a causa della meravigliosa tradizione mutuata dalla Vecchia Madre Gran Bretagna di cenare ben presto, tipo alle 6-7 di sera).
L'accento aussie strascicato e cordiale, così come le persone.
Gli occhi tristi degli aborigeni.
I versi striduli dei pinguini, il koala che avrei potuto tranquillamente prendere in braccio tanto mi era vicino, i delfini tristi di Monkey Mia, i canguri in posa per la foto, l'echidna attraversatrice indomita, le otarie stese a riposare dopo la grande pesca.
Il cuore mi balla dalla felicità se penso a tutti quei meravigliosi animaletti.
La notte che per un pelo siamo riuscite a trovare da dormire, mentre stavamo prendendo confidenza con l'idea di dormire in auto.
Il terribile impatto col Vegemite, specie di crema spalmabile al gusto dado-da-cucina, che sono riuscita ad addomesticare (Dedee, prendi nota) solo se abbinata ad abbondante burro su raisin bread (ta-dà!).
La colonna sonora: Doors, Hallelujah di Leonard Cohen sentita ovunque e in mille rivisitazioni, il didgeridoo e quel pirla di Kid Rock.
E un "keep smiling, you've got a great smile" che mi ha scaldato il cuore per un attimo.
E poi potrei dirvi che... e anche che...

Ma per ora basta, che Sally reclama la mia presenza.
E magari farei pure meglio a ritrovare il badge, visto che stasera si torna al lavoro.

Le foto sì, però!, promesso.
Non tutti gli 8 giga, ok.
Sarò buona.

A presto!

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giovedì, 25 settembre 2008

Great reopening

Blixxxa: - Allora, Piccola Iena, che dici, riapriamo?
Piccola iena: - Io direi di sì... Mica ho capito poi perché avevi chiuso...
Blixxxa: E' una lunga storia. Te la spiegherò.
Piccola Iena: - Vedi tu, tanto per quello che posso dire io...
Blixxxa: - Beh, se è per quello potresti benissimo dire.
Piccola Iena: - Non ora, mi scappa la cacca.
Blixxxa: - Sei insopportabilmente terra-terra, quando vuoi! Forza dai, riapriamo. Ne riparleremo un'altra volta.
Piccola Iena: - E così sia.

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mercoledì, 03 settembre 2008

Sono tornata. Yeah...

L'entusiasmo, in queste giornate post-vacanziere, è proprio alle stelle. Wow.
Diciamo che non ho digerito molto bene il fatto di essere tornata al lavoro. Tutto qui.
Fine delle lamentele.

Invece, ho finalmente, e dopo insistenti richieste, postato le foto relative all'ultimo w.e. trascorso in pessima compagnia in quel di Sori, Liguria. Ragazzi, che palle...! Gente noiosa, tempo pessimo, non ho fatto altro che pulire pesci puzzoni e lustrare la Secchin-house in vista dell'evento atteso ormai da lustri da molte, molterrime persone. E almeno fosse stato buono, 'sto pesce! Non vi dico, non vi dico...

Insomma, per chi c'era le foto sono qui.
(per tutti gli altri anche ma... farvi un po' i cazzi vostri mai, eh?)

 

P.s. Chi volesse visionare gli 800 tentativi di foto al tramonto su Genova dal bar del Monumento, compiuti da me e Secchin, può contattarmi in pvt e, dietro pagamento della trascurabile cifra di 99,90 € spese incluse, riceverà a casa l'esclusivo album-raccolta Sfumature di rosso completo di spiegazioni tecniche redatte dall'esimio Dott. Hardla. Egli spiegherà, per ciascuno scatto, cosa non vada ed illuminerà le vostre menti illustrandovi come avrebbe invece catturato lui l'immagine (dispensa con le miniature dei Piccoli capolavori del Doc - tutto quello che avreste sempre voluto sapere sulle Foto-Hardla e non avete mai osato chiedere in omaggio).

P.s.2 Grazie al gentile Secchin che mi ha prestato la sua macchina fotografica dato che, pochi km dopo aver imboccato l'autostrada, mi sono accorta di aver lasciato a casa la mia.
Mi auguro che non vi capiti MAI.

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domenica, 24 agosto 2008

Colpo di tacco

Ero indecisa su quale colonna sonora adottare per incorniciare al meglio questo post e descrivere le atmosfere salentine che mi hanno ospitata negli ultimi giorni. Da un lato, Vieni a ballare in Puglia del divertente Caparezza, dall'altro Lu rusciu de lu mare, canzone popolare dai toni intensi e sofferti.
Ho scelto la seconda. Sarà che descrive appieno quella che è la sensazione da malinconia del ritorno, sarà che davvero non riesco a togliermela dalle orecchie, allo stesso modo in cui, nei giorni scorsi, non ho potuto non resistere alla crema al caffé, o al caffé in ghiaccio con latte di mandorla, io che il caffé non lo bevo MAI.
Che dire del Salento e di queste vacanze in generale? Che sono stata benone: relax al sole; bagni in un mare limpido che quassù, nelle spiagge vicine a casa, mai potrò trovare; cibo delizioso, dalle orecchiette alle cime di rapa scodellate nelle sagre paesane ai menu di pesce gustati nei vari ristorantini; ottime le compagne di viaggio, e carinissimi i ragazzi conosciuti laggiù. E, beh, insomma, ci voleva proprio una settimana così.

(sospirone rilassato)

Sono ancora un po' sballottata dalla dozzina di ore di macchina che io e le altre ragazze ci siamo sorbite per tornare quassù a nord in notturna (finalmente una partenza intelligente degna di questo nome!). Per cui, accontentatevi di una minimale colonna sonora e di qualche foto. Ah sì, una precisazione per i maschietti: vi innamorerete tutti di Marzia e Vanessa (lo so, sono molto carine). Ma il numero NON VE LO DO, quindi inutile che chiediate. Sgrunt.

Pronti? Via.

Colonna sonora

 


E foto


Salento, 16-23 ago 08

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lunedì, 19 maggio 2008

Coast to coast

Sori Genova Portofino, maggio 2008

Che poi magari di alcuni momenti ti rimangono solo alcuni piccoli dettagli, apparentemente privi di importanza: un odore, un suono, un accadimento minimale.
Per esempio, della Turchia, più che le meraviglie architettoniche di Topkapi o della Moschea Blu, mi rimarrà sempre nel cuore il canto del muezzin alle cinque del mattino. A Parigi, più che di Tour Eiffel o Arc de Triomphe, ho subito il fascino della Grande Arche. E dell'ultima volta in cui sono stata a Londra, prima di Natale, ho un bellissimo ricordo della spettacolare ed elegante funambola vestita di bianco, che mi ha tenuta col naso in su per svariati minuti.
Di questo fine settimana genovese ricorderò soprattutto una cosa: la risacca del mare che mi ha cullata tutte le notti, presenza prepotente e tumultuosa. Tanto che, durante il sonno, sovente mi svegliavo e, nel dormiveglia, mi chiedevo "Ma dov'è il mare?", per poi riaddormentarmi subito non appena prendevo coscienza di quel cupo ed ininterrotto borbottare. 
O forse no, forse ricorderò sempre le deliziose focaccette con stracchino e prosciutto. E la farinata, il minestrone alla genovese al profumo di basilico, o i deliziosi purché pesantissimi pansoti alla salsa di noci. 
No, non sono manco questi.
Forse... sì! Ce l'ho! La baietta che racchiude Portofino, le sue casette colorate e le barche attraccate in attesa. E la passeggiata fino al faro (o lanterna?), in mezzo ai pini arroccati sulla scogliera e scolpiti in forme improbabili dal vento; il volo dei gabbiani, a pelo d'acqua o alto nel cielo; e il riflesso di un raro raggio di sole sul mare, lucido ed abbagliante. 
Eppure mi sfugge qualcosa, lo sento.
Il mio ricordo potrebbe anziché essere quello dei vicoli di Genova, sgarrupati, affollati da tutte le etnie e vagamente decadenti, come in tutte le città di mare. Perché è vero, nelle città di mare si respira un'aria un po' così, di usura e vino e malinconica perdizione e di vita celata gelosamente in qualche angolo buio. Parrebbe naturale veder sbucare, ad ogni angolo, qualche personaggio ai margini della vita, come quelli cantati da De Andrè nelle sue canzoni: la puttana, il matto, il sognatore.
O ancora, e mi sa che stavolta ci siamo, i lunghi aperitivi in riva al mare, fatti di vino, negroni, mojito e stuzzichini in gran quantità. I tentativi di ripararsi dalla pioggia, stringendosi attorno al tavolo e schivando le gocce impazzite che viaggiano quasi orizzontalmente. I discorsi intrecciati, le piccole confidenze, le domande (... quasi sempre le mie  ) e le risposte più o meno reticenti (e credibili) degli interrogati. Ed il senso di familiarità ed amicizia che respiro sempre più forte man mano che il tempo passa, ora che son qui in Liguria, tra queste persone che ho la possibilità di vedere raramente, ma che, prima ancora di salutare, mi mancano già.

E cazzo, non volevo finire con questi toni melodrammatici!

Però, insomma... grazie a tutti! Sono stata bene davvero. Siete stati dei disponibilissimi ciceroni, degli ottimi compagni e degli splendidi e generosi amici.
E, se la mia macchinina fotografica maffetta si deciderà a concedere al pc le meravigliose foto che ho fatto, magari riuscirò anche a pubblicarle qui.

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martedì, 29 aprile 2008

Turkish saudade

Viaggiare è sospendere il tempo.
Durante i giorni in cui si è lontani da casa, nulla importa di quelli che sono i normali ritmi, le normali attività. Non esiste orologio, non esistono scadenze o scansioni. La vita, quella di tutti i giorni, attende; al suo posto, una splendida seppur fugace libertà condita da curiosità e sete di scoperte a trecentosessanta gradi.
Anche gli spazi che ospitano un viaggio sono spazi sospesi: cristallizzati nel momento in cui li si visita, in bilico tra passato e futuro, cornice e palcoscenico di un momento puramente individuale. Prendiamo una stanza d'albergo, per esempio; mi stendo sul letto, osservo il soffitto in pietra, la testa sul cuscino, il corpo adagiato sul copriletto. Quante persone prima di me avranno fatto lo stesso? Quanti si saranno riposati su quello stesso materasso, avranno poggiato i loro vestiti, parlato abbracciati, fatto l'amore? Che avranno pensato degli stessi luoghi in cui mi trovo io, ora?
La magia del tempo sospeso, per me, si rompe con un crack a metà vacanza: fatto il giro di boa, mi sembra che esso scappi da tutte le parti, si ritiri come un maglione infeltrito invece di dilatarsi, avvicinandomi all'inevitabile ritorno a casa.
E infatti eccomi qua, ad oscillare tra le due magnifiche settimane appena trascorse e la mia usuale realtà nella quale non ho ancora completamente voglia di tuffarmi.
L'arrivo ad Istanbul è condito dal caos più totale, mai vista una cosa del genere. A bordo del nostro pulmino, io e Monica osserviamo divertite/perplesse/preoccupate le auto ed i pullman che ci sorpassano a destra, a sinistra, ci e si sfiorano, usano il clacson a mò di freccia, cambiando direzione a casaccio e parcheggiando un po' dove capita.
Salite sulla terrazza del nostro albergo, a Sultanahmet, lo scenario che percepiamo è completamente diverso: il Mar di Marmara da un lato, la Moschea Blu con le sue cupole dorate e i sei minareti a svettare verso il cielo dall'altro, ed i gabbiani a volare sopra le nostre teste... Ci assale immeditamente la voglia di tuffarci in questa città e di provare a comprenderne la composita natura. Usciamo. Camminiamo, quel giorno e quelli successivi, per le strade dei vari quartieri, avvolte dal canto dei muezzin, dal profumo delle spezie, della carne d'agnello, del tè alla mela, dal rombo del traffico, nelle vie bagnate dal sole. Ovunque, dalle vetrine ai bordi delle strade, è un rigoglio di cibi, mercanzie, venditori.

Istanbul è una città rotonda, morbida, materna. Una delle più belle che abbia mai visto.

La Cappadocia, seconda tappa del nostro viaggio, è invece un affascinante e suggestivo groviglio di asperità.
Vi arriviamo in autobus dopo una notte di viaggio, scegliendo Göreme come nostra base per una settimana. Già dall’albergo la vista è splendida: case di pietra, tetti a punta, e in lontananza le rocce della Rose Valley, sulle quali, dopo una lavata ed una colazione alla turca, ci inerpichiamo fino a sera. Anche nei giorni successivi ci dedichiamo alle esplorazioni, a piedi e in bus. Ovunque, castelli, chiese, conventi, città sotterranee. Tutte rosicchiate nel tufo e nella roccia vulcanica. Ad ogni passo vien da pensare ai monaci cristiani che, secoli e secoli fa, si sono dedicati a scavare e scavare per costruire i loro rifugi.
Giorno dopo giorno, ci rendiamo conto di quanto il nostro paesino ed i suoi abitanti ci stiano adottando e coccolando. E noi stesse ci stiamo affezionando al posto, sviluppando qualche abitudine ed automatismo che una permanenza più breve non avrebbe reso possibile: a cena nello stesso ristorante, tutte le sere; a bere birra o succo di frutta sulla stessa panchina, nel parchetto in centro; a fare la spesa nei due supermercatini che ci ispirano di più, uno gestito da un signore di mezza età molto distinto, l’altro da una specie di cowboy, cappello regolamentare in testa, baffetti e fisico asciuttissimo.

Il turco è una lingua incasinatissima, non ho imparato molte parole se non qualcuna che abbia a che fare col cibo.
Tutti i turchi, o quasi, però, sanno parlare almeno un’altra lingua: o perché hanno a che fare con turisti o perché hanno lavorato all’estero. Inglese, italiano, tedesco le più comuni.
Anch’io, nel mio piccolo, mi trovo a comunicare nei più svariati idiomi: in inglese o in tedesco con turchi e turisti anglosassoni; in francese col carinissimo Matthieu, che a sua volta mi risponde in italiano; in giapponese (quelle tre frasi che so) con i due ragazzi di Osaka conosciuti in pullman.
E mi rendo conto di quanto amore alcune persone abbiano per il viaggio: come Riccard
o, che è stato in giro per due anni, lavorando e arrivando ovunque: o i due coreani in viaggio di nozze per un anno, o i ragazzetti canadesi in giro per cinque mesi.
L’ultimo giorno è di cazzeggio fra il nostro parchetto e l’hammam; dopo di che ritorniamo ad Istanbul, sempre in autobus. Turisti ed autoctoni democraticamente mescolati.
L’odore dell’acqua di colonia che lo steward di bordo è pronto a versarci sulle mani si mescola a quello dell’aglio che impregna pelle e vestiti di molti. La lunga nottata, a differenza che all’andata, è pesante e faticosa. Ciondolo la testa qua e là, cercando di dormire, pigliando delle sonore capocciate contro il finestrino; scendo, all’arrivo, che son tutta dolorante: testa, gambe, schiena… Ma l’idea di essere di nuovo in questa splendida città mi conforta immediatamente e riempie di entusiasmo.
Ci troviamo in albergo con Elisa e Laura, appena arrivate dall’Italia, e ripartiamo con il tour; finalmente, possiamo visitare anche gli interni dei palazzi e delle moschee, che al primo giro avevamo tralasciato. Il tempo non è però esattamente clemente, fra nuvolone, pioggia e freddo. E vabbè.

Se dovessi scegliere, fra tutte le cose viste, le tre preferite, direi:
1. la suggestiva cisterna della Basilica, ad Istanbul
2. la Rose Valley, con i meravigliosi scorci nascosti dietro ad ogni angolo
3. gli occhi caldi di Emre, il Pifferaio Magico di Göreme, che mi ha raccontato questa bella storia:

“Il profeta Ibrahim era un uomo molto saggio, a conoscenza del più profondo segreto di Dio. I suoi figli, spinti dalla curiosità, gli chiedevano in continuazione di rivelare loro questo segreto, ma egli rifiutava sempre. Un giorno, però, egli decise di condividerlo con il figlio maggiore: lo chiamò a sé e glielo confidò ad un orecchio.
Il ragazzo riuscì a serbare il segreto per sé a lungo, anche se il suo peso diventava sempre più insostenibile. Non potendone più, un giorno egli corse fino ad un pozzo vuoto, e, cacciandovi la testa dentro, sussurrò il segreto nelle viscere della terra.
Passò qualche tempo prima che il pozzo iniziasse a far sgorgare dell’acqua, che inondò i prati circostanti.
Dalla terra iniziarono a spuntare degli steli di bambù, che crebbero alti e forti, ed ondeggiando nel vento emettevano un armonioso fruscio, provando a rivelare agli uomini l’antico segreto.
Fu così che dal bambù si iniziarono a ricavare dei flauti; suonandoli, gli uomini tentano di carpire al bambù il segreto rivelato.

Ed anch’io voglio scoprirlo”.
 
(…………… sospiro……………)
 
P.s. In attesa delle foto, se vi andrà di vederle (devo pasticciarci ancora un bel po’ su), gustatevi la registrazione del canto incrociato di tre muezzin ad Istanbul. Non si capisce una mazza, proprio a voler essere sinceri, ma vi assicuro che dal vivo era uno spettacolo davvero.

 

P.s.2 Una menzione speciale va ai Blixxxa's Parents. Dopo essersi tanto preoccupati per la mia incolumità, una volta che ho girato l'angolo... nisba. Mi hanno mandato tre-messaggi-tre nelle due settimane in cui sono stata via. Uno di questi recita (testualmente): "Ricevuto messaggio noi tre* bene oggi non ha piovuto sally campione ciao tutte due".
Un'altra volta invece, dopo che sono stata costretta a chiamarli pur di avere un qualche straccio di loro notizia, mia mamma mi fa: "Ah sì, il papà voleva telefonarti ieri ma poi si è messo ad imbottigliare il vino".
Grazie tante per la considerazione.

* noi tre = loro due e Sally

Aggiornamento della mezzanotte: beccatevi le prime foto. Alla seconda scheda penserò domani. Notte.

Istanbul - Cappadocia

Pubblicate anche foto rimanenti. Purtroppo, non so perché, si son tutte mescolate. Quindi, ci sarà da saltellare un po' tra la Cappadocia e gli ultimi giorni ad Istanbul. Abbiate pazienza!

Istanbul - Cappadocia 2
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lunedì, 11 febbraio 2008

Dicotomie

dalla colonna sonora di un film tratto da un libro che amo moltissimo: caos calmo
il film devo ancora vederlo, ma è solo questione di giorni
il caos calmo ce l'ho dentro da sempre

dicotomie 1  PIENO  VUOTO 
oggi è il giorno del vuoto, scelto ed agognato.
non rispondo al telefono, non voglio presenze inopportune. solo io e me. non ho in programma di uscire stasera, non desidero circondarmi di persone. ho solo voglia di silenzio e pace. eccomi così a svuotare il caos con calma - attingendo nel torbido con un piccolo misurino dal manico anatomico. mi depuro, mangio finocchi crudi e bevo tisane, dormo nella luce del sole, leggo e traggo beneficio da parole altrui, scritte chissà quando e chissà dove.
stempero le sensazioni, riprendo forma.

"le creature umane formano una strana fauna, una strana flora. da lontano paiono trascurabili; da vicino possono sembrare brutte e cattive. ma soprattutto occorre che abbiano intorno aria, spazio sufficiente - spazio, anche più che tempo" (henry miller)

dicotomie 10 BRUTTO  BELLO
per strada, questo pomeriggio, osservavo i ragazzi in attesa alla fermata dell'autobus, o che camminavano o pedalavano in giro, molti con le cuffiette del lettore mp3 infilate per bene nelle orecchie.
ho notato soprattutto: il ragazzo dai capelli corvini tagliati alla paggetto, il giubbotto di pelle, jeans stracciati e anfibi. in bici, canticchiava fra sè e sè. poi, la ragazza dai capelli rossi divisi in due trecce, ridente mentre parlava al telefono, borsa a tracolla di emily the strange, calze coloratissime.
il ventenne seduto su una panchina, intento a leggere un libro (non so quale, accidenti!), capelli lunghi ricciolosi e in disordine. il sedicenne -  almeno credo, non riesco più a dare un'età alle persone - avviato chissà dove con una borsa da calcio in spalla, fischiettando dal passo spedito.
ho pensato che ciascuno di loro, a modo suo, fosse bellissimo.
 


dicotomie 7  IERI DOMANI

mia nonna amava molto l'opera. qualche domenica, quando il pesante lavoro al panificio e gli impegni familiari glielo consentivano, usciva con mio zio - pure melomane, e andava a teatro, a mestre. me li immagino, a braccetto fra la folla, nella luce calda del sole primaverile, la concessione extra-routine di un gelato, a godere di quei momenti di pace ritagliati solo per loro, chiacchierando forse della loro famiglia, di desideri, ipotesi, aspirazioni, con leggerezza, profondità, confidenza, affetto.
come faccio faccio io ora con mia mamma e mio papà.
come forse farò con i miei figli, se mai ne avrò.
continuità.


dicotomie 6 BIANCO NERO

come le parole stampate su un foglio. perché ultimamente, i miei si son messi a leggere di brutto.
non che prima tenessero i libri lontani come la peste. la differenza è che si sono riavvicinati alla lettura con una passione che non avevo mai visto in loro, divorando romanzi, saggi, instant books.
qualche giorno fa, per esempio, ho terminato un libro da loro prestatomi (il maestro magro, gian antonio stella). la cosa che mi ha stupita maggiormente è che mi sono sorpresa a chiamarli all'istante, perché non vedevo l'ora di condividere con loro le impressioni maturate.
wow.
mio padre, poi, ha sempre acquistato il giornale, ogni mattino. il giornale nel senso di quotidiano, non della testata specifica. rimanendo fuori per ore, detto fra noi, perché ogni volta incontra vecchi amici e si ferma a parlare per ore. a differenza di me, che mi inscatolo nella mia vecchia punto e mi sposto altrove, senza avere la minima idea di chi mi passi accanto.
anche se questo, in effetti, è più un

dicotomie 9  DENTRO FUORI
quando vivevo con i miei, la mia camera era un po' il mio rifugio ed un po' la mia prigione.
totalmente mia, vista l'assoluta libertà concessami in tema di arredamento e decori. le pareti ed il soffitto erano tappezzate di perline di legno, che a mia volta avevo ricoperto di poster (la parabola evolutiva registra, nell'ordine di apparizione: spandau ballet, paolo maldini, a-ha, andy warhol, cure, il corvo), foto, pacchetti di sigarette (attaccati con le puntine), disegni.
amavo molto circondarmi di caos, riempire ogni spazio disponibile, in preda ad idee che mi sembravano intense e stupefacenti, come se ogni singolo pezzo fosse la materializzazione di una piccola parte di me.
il mio pezzo preferito era un "aforisma", chiamiamolo così, ossia: FATTI I CAZZI TUOI! (CONFUCIO), che avevo letto chissà dove e riproposto in versione striscione belligerante contro chiunque fosse bazzicato dalle mie parti, pennarello nero su foglio bianco.
e che devo dire? lo trovavo geniale.
ora, il mio rifugio si è esteso all'intero appartamento in cui vivo, che è molto più sobrio ed essenziale di quanto non fosse la mia cameretta.
fuori, c'è sempre il mondo.


 ESTATE INVERNO dicotomie 3
mi stavo quasi abituando all'aria più calda, al sole tiepido, all'idea di poter stendere nuovamente il bucato all'aria aperta (dio, quanto amo il profumo della biancheria asciugata dal sole!), che trac!, ecco tornato il freddo gelido e bianco di brina mattutina.
io, che una volta ero un diafano animale notturno ed amante del gelo, ho solo voglia di starmene in panciolle sotto il sole caldo e confortante.

"summertime,
and the livin' is easy
fish are jumpin'
and the cotton is high

your daddy's rich
and your mamma's good lookin'
so hush little baby
don't you cry" (george gerschwin)

dicotomie 8 SOGNI VITA
ho sempre sognato molto, sia dal punto di vista onirico sia dei sogni ad occhi aperti o desideri. uno dei miei sogni (onirici) più frequenti è sempre stato quello di volare: alzarmi come d'incanto da terra, muovendo un passo, e trovarmi a librare nell'aria. meravigliosa sensazione.
quanto ai sogni come desideri... beh, ho sempre sognato molto pure in questo caso.
sogno e realtà non sempre coincidono. ma quando lo fanno... è il meglio che c'è.

"qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. l'audacia reca in se genialità, magia e forza. comincia ora." (johann wolfgang goethe)

comincio.

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si è disquisito di: ricordi, stati danimo, sono tornata


lunedì, 26 novembre 2007

Signori, fate il vostro gioco

Questo fine settimana è stato decisamente istruttivo per molti, moltissimi aspetti. E divertente, altro che - con spunti oserei dire esilaranti. Liberatorio, per altri versi. E godereccio.
Le cose da dire son tante. Vediamo assieme che è successo?
hanno viaggiato veloci sulla tastiera le dita di Blixxxa tempo stimato 03:58 | Permalink | commenti (19) / commenti (19) (pop-up)
si è disquisito di: viaggi, perle di saggezza, godimento, bah , stati danimo, costume e società, paura eh, sono tornata, è un mondo malato, blixxxa photo


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