Se le cose nella mia vita girassero in modo perfetto… Ho fame di progetti
Ho fame di chiarezza
Ho fame di coerenza
Ho fame di solitudine
Ho fame di libertà
Ho fame di vero amore
Ho fame di pazienza
Ho fame di novità
Ho fame di fango e neve
Ho fame di pioggia
Ho fame di sacrifici
La mia fame è arancione
Ho fame di condivisione
Ho fame di cambiamenti
Ho fame di risposte
Ho fame di chiacchierate
Ho fame di silenzio
Ho fame di libri
Ho fame di albe e tramonti
Ho fame di semplicità
Ho fame di ritrovarti
Ho fame di fuoco e fiamme
Ho fame di serenità
La mia fame brontola
La mia fame non tollera inganni
o contrattempi
La mia fame scalpita come un bambino parcheggiato nel carrello della spesa
La mia fame non si trattiene
E il senso d'attesa è denso come l'olio
galleggia in superficie, sopra la mia testa, come nubi cariche di tuoni e pioggia
Ok, ho capito, mi rimbocco le maniche, scarto le gocce, e vado
Il bar da Otello non si chiama così. Non so in realtà quale sia il suo vero nome, ammesso ne abbia uno. Non c'è alcuna insegna, a parte una grande T bianca su sfondo blu posta lungo la strada; insegna che è anche il motivo per cui, un paio di volte la settimana, mi fermo ed entro. Il bancone di solito è popolato da uomini di varia età che bevono un caffè, uno spritz o un'ombra di vino. La tenuta (estiva) più in voga sembra essere: pantaloni (nella variante lunga, o bermuda); ai piedi, sandali di pelle o - nel peggiore dei casi - mocassino e calzino bianco corto; a completare l'opera, canottiera a coste e spallina larga, o polo a righe nelle mattinate eleganti. Siamo pur sempre in campagna, qui, signori miei...
Dietro il bancone stanno Otello e signora. Ormai viaggiano intorno ai 70 anni, anche se ai miei occhi sono sempre, irrimediabilmente uguali a trent'anni fa. A volte, la moglie serve i clienti e il marito se ne sta fuori, seduto su una di quelle sedie di ferro da bar modello casale in Toscana, fumando e conversando con qualche cliente. Altre volte, invece, c'è solo lui, oppure la nipote dei due. Ogni tanto, fa capolino anche una bimbetta bionda con codini regolamentari, che spesso e volentieri improvvisa brevi percorsi sulla sua biciclettina a quattro ruote motrici; figlia della nipote, per la cronaca.
Nelle vetrinette e sopra i ripiani del bancone fanno bella mostra di sè:
- tramezzini dall'aria malaticcia, che Benni potrebbe tranquillamente includere nel suo bar Sport;
- gelato (rigorosamente confezionato; un tempo tenevano del gelato artigianale buonissimo, che una sera salvò mio padre da una figuraccia maturata con il primo sperimentale utilizzo del Gelataio Simac. Ma quelli erano altri tempi...);
- boeri, gomme e caramelle.
Le sigarette vengono tenute sotto il bancone, o nella stanzetta-tabaccheria sul retro.
Da sinistra, provengono invece i tintinnii elettronici dei videopoker, cavallo di Troia della modernità.
Alle spalle del bancone, una specchiera con ripiani di vetro su cui poggiano innumerevoli bottiglie di liquori assortiti, che dà alla stanza un aspetto da piccola bottega dello speziale. E, insieme alle bottiglie, messa lì quasi per caso, una foto.
Il ragazzo ha suppergiù vent'anni, i capelli dal taglio anni '80, castani con una frangettona da antologia. Sorride, ha l'aria svagata, da giovane, e gli occhi cerulei come quelli del padre. Mi chiedo sempre, quando lo guardo, come potrebbe sembrare, ora: segni evidenti di calvizie? Sempre molti capelli, ma bianchi, come succede a quegli uomini che incanutiscono presto ma non si stempiano? Porterebbe ancora, negli occhi, sulla bocca, quell'aria felice e svagata? Calcolo che avrebbe circa quarant'anni. Avrebbe, appunto, se non si fosse schiantato con la moto più di vent'anni fa. Era il figlio di Otello e signora.
Ricordo che, quando accadde l'incidente, per giorni e giorni non si fece parola d'altro. E' morto il figlio di Otello!, il tam tam si propagava a macchia d'olio, è caduto in moto, stava tornando da Jesolo...
Per un sacco di tempo, non si parlò che di questo
Pochi giorni dopo, la foto fece la sua comparsa nel bar.
Ora, quando entro a prendere le sigarette, basta la mia sola presenza a far materializzare sul bancone un pacchetto di Camel Silver. Magie della frequentazione abituale. Pago i miei 4€ e me ne vado. Buongiorno, o buonasera. Qualche volta scatta la parola in più (che freddo, vero? che caldo, eh? hai preso la macchina nuova? posso entrare con la mia cagnetta?). Sorrido, mi sorridono di rimando. Esco. Mi chiedo se si ricordino di me bambina, di quando andavo con le mie amichette, in bici, a prendere il gelato o le caramelle. E penso che il tempo scorre, le ferite si rimarginano. E' naturale, è sano. Si piange un po', se si può voltar pagina la si volta, se non si può si porta il dolore dentro di sé, sempre più in profondità, sempre meno pulsante. Si riaprono le braccia alla speranza, alla vita che continua ad andare.
Il casino è che rimangono lì, immobili in un angolo, quelle piccole, bastardissime foto-cicatrice. E 'ste stronze hanno il brutto vizio di saltar fuori quando meno te lo aspetti: zac!, il bordo tagliente della cornice esige il suo tributo di sangue e lascia un piccolo segno sulla pelle.
Si rimarginerà subito, all'istante quasi, basta appoggiarci su le labbra e disinfettare con un po' di saliva. Un niente, rispetto all'emorragia inarrestabile di qualche tempo prima... ci si riesce anche quasi a ridere su!
Ma... ahi!, che fitta al cuore, e che bruciore, per un momento!
P.s. la foto non c'entra un cazzo, ma mi piaceva. L'ho scattata a Vicenza qualche settimana fa. All rights reserved.
L'oroscopo del mio segno di qualche giorno fa (no, non uno di quegli oroscopi fighi ammantati da un'aura new age esoterica ed esistenzialista, ma uno di quelli da giornalino gratuito distribuito nelle stazioni della metro o, in una città tipo Venezia, alle fermate dei vaporetti), l'oroscopo, insomma, recitava: Gemelli, anche se a volte cercate la quiete, poi, quando la ottenete, vi annoiate da morire, perché in realtà nel caos ci sguazzate benissimo!
Parafrasando senza ritegno, ma il concetto è quello.
E comunque, è stata una sorta di illuminazione!
Perché è vero che, anche se mi sembra di perdere la tramontana, di annaspare cianotica alla ricerca di un punto cardinale sensato, di sgretolarmi come mercurio scappato via da un termometro rotto, io nel caos mi diverto, mi sento viva.
Non lo so gestire molto bene, spesso e volentieri, ma lo preferisco di gran lunga alla media ponderata di un quieto tran tran.
Salvo lamentarmi che il quieto tran tran è esattamente quello che vorrei.
Per poi, se per caso questo si trovi a sopraggiungere, scapparne via a gambe levate.
E così il cerchio si chiude e si riapre di continuo.
Ed io mi beo della mia mutevole e incostante condizione.
A volte mi trovo io stessa fastidiosa, e so che posso risultarlo agli altri. So che posso rompere le balle, con i miei sì ma no ma forse, lo so benissimo.
Ma non ci sono malizia, premeditazione o disonestà nel mio divenire.
Non sono un punto fermo, anche se di punti fermi ne ho più di quanti io creda.
E molti ancora ne vorrei, ma con brio.
Per alcuni aspetti, sarebbe bene che il mio caos lo disciplinassi, onde non incorrere in crisi isteriche ogni volta che cerco qualcosa che non so proprio bene dove io abbia riposto.
Tralasciando l'aspetto più pragmatico della questione, però, mi chiedo se non sarebbe il caso anche, forse, di rivedere un po' il mio ambito relazionale, soprattutto con l'altro sesso. Sarà mica un caso che fugga a gambe levate dai Bravi e Buoni Ragazzi e vada sempre ad impelagarmi con i Magnetici e Fascinosi Gigioni? Che dai primi io fugga in preda agli sbadigli, e che dai secondi venga mollata come un cane in autogrill nel giorno di Ferragosto?
Mmmmm...
... è che, uffa, mi piace avere qualcuno di brillante vicino, qualcuno che mi stimoli, solletichi la mia curiosità e mi faccia fare un sacco di cose interessanti.
Un uomo-agenzia-di-viaggi, in quattro parole.
Con cui, però, ahimé, di solito dura pochissimo. Per volontà sua.
Mentre col Bravo e Buon Ragazzo dura altrettanto pochissimo. Ma per volontà mia.
Insomma, quel che spero è di trovare un giusto equilibrio fra i due, prima o poi.
E fra quiete e caos, in generale.
Avrei voglia di mitezza primaverile, di notti tiepide e cieli stellati. Di togliere il cappotto e stare in camicia, sentirne il tessuto liscio sulla pelle, indossare scarpe leggere, o al massimo un golfino di cotone quando l'aria rinfresca.
Avrei voglia di lunghe giornate assolate in cui non dover andare al lavoro: potrei camminare, camminare in giro per la città, qualsiasi città; scattare foto, sedermi su una panchina e lasciare che il tempo passi senza dovermene preoccupare, mangiando qualora avessi fame, e solo se ne avessi voglia.
Avrei voglia di dondolare lentamente su una sedia di vimini, sotto il fresco porticato di una casa in campagna; un calice di buon vino rosso poggiato sulle mattonelle di cotto al mio fianco, un romanzo a tenermi compagnia, e un'eterna notte di San Lorenzo cui affidare i miei desideri in caduta libera.
Avrei voglia di piantare i piedi nella sabbia, sentirmi affondare piano in essa; gli alluci giocherebbero con i granelli ruvidi e caldi, lo sciabordio del mare e lo stridore dei gabbiani a fare da unica ed irrinunciabile colonna sonora.
Avrei voglia di sagre paesane, di musiche all'aperto, e mazurke e taranta e battiti di mani, in un crescendo orgasmico di stagione.
Avrei voglia di prendere la macchina e via, verso il Grand Canyon, negli spazi sconfinati del Far west, ad immaginare cowboys e indiani a cavallo e a cercare di capire le stralunate visioni lisergiche del Re Lucertola.
E avrei voglia di parlare, di raccontarmi sommessamente (nei toni, ma non nei modi) al chiaro di luna, come nelle lunghe serate dell'estate post-maturità, quando si faceva l'alba e poi, in terrazza, l'aroma del caffè appena fatto che filtrava dalla portafinestra della cucina, si guardavano gli ambulanti che allestivano le bancarelle del mercato, fieramente consapevoli di essere al centro della vita.
Avrei voglia di un'assoluta, sfacciata, sconsiderata libertà.
Questo, per me, è uno di quei momenti in cui è forte il bisogno di raccogliermi un po', e cullarmi nei più intimi segreti della mia anima, che diventa rifugio e capanna sull'albero. Tiro su la scala di corda, e lì me ne sto, sola, al riparo delle fronde.
Il chiasso, il rumore, le voci, il frastuono sono un di più; anzi, più che un di più, un elemento di disturbo.
E' un momenti in cui trovo bello rimanere concentrata solo sui battiti del mio cuore, sulla tensione della mia volontà, sugli sciabordii delle viscere e del sangue che scorre.
Questo mi sta portando ad un'accurata selezione delle cose che voglio e non voglio fare, delle persone che voglio e non voglio vedere, degli stati d'animo che voglio e non voglio sentire, degli obiettivi che voglio e non voglio raggiungere.
Per me, che spesso mi sono sentita come se stessi scivolando su un piano inclinato, senza alcuna possibilià di aggrapparmi a qualcosa o cambiare la direzione della discesa, è un momento di insolita chiarezza e determinazione.
Spero duri.
Voglio che duri.
Qualche sera fa è accaduta una cosa che appunto qui, per non dimenticarla.
Dopo che è accaduta mi sono sentita meravigliosamente bene: perché ho combattuto contro la mia cazzo di tendenza alla rinuncia che ho messo in atto troppe volte. Insomma, ho abbattuto a spallate un muro, e ne sono fiera. Sono fiera di me stessa, sì.
Venerdì 13 febbraio, Bologna.
In un locale a festeggiare il compleanno di Alessia.
Scendo le scale che portano al piano interrato, assieme ad Enrica. Lorena e Leo stanno davanti, e in mezzo, tra noi e loro, un uomo. Alto, pantaloni chiari, maglia bianca. Sulla quarantina, i capelli tra il biondo e il brizzolato.
Si volta, mi guarda.
Lo guardo. Carino.
Scende ancora, gira l'angolo delle scale e si volta, mi guarda. Sorride.
Incuriosita, continuo a scendere, giro l'angolo anch'io.
E' lì, in piedi davanti alla porta del bagno degli uomini. Mi guarda.
Guardandolo, mi avvicino, gli passo davanti, gli sorrido un ciao.
Passo oltre.
Davanti alla cassa, vedo dei cartoncini e mi viene un'idea: pesco dalla borsa una penna e scribacchio velocemente su uno di essi il mio nome e il numero di cellulare.
Con la coda dell'occhio, controllo se lui sia ancora lì.
Non c'è. O è in bagno, o è risalito.
Ad ogni modo, credo non sarà difficile ritrovarlo.
Nel frattempo è arrivato il mio turno: pago.
Si risale.
Chiedo ad Enrica di aiutarmi a cercarlo, vista la mia capacità di non riconoscere mai nessuno.
Siamo tra la zona dei tavoli e la pista, scortate dai due amici di Alessia che ci riaccompagneranno a casa.
Ed è proprio la pista che Enrica mi fa cenno di guardare: eccolo, è lì che balla assieme ad un paio di altri uomini.
Il cartoncino mi brucia in mano mentre passo tra le persone che si dimenano. A cinque metri da lui, e poi tre, due, uno... e ancora due, tre, cinque... merda, mi sto inesorabilmente avviando verso l'uscita.
"Enrica... che cosa faccio?", chiedo consiglio titubante.
"Beh, vai", m'incoraggia lei.
Sento che mi sto bloccando, la tentazione di nascondere quel biglietto in tasca e precipitarmi verso il portone è fortissima.
Ma... ecco la prima spallata al muro. Nella mia testa.
"Tanto mal che vada non lo rivedrò più, giusto?"
E la seconda, che non dico ma che ho ben presente dentro di me: a quanti uomini ho già rinunciato senza batter ciglio, solo per paura di conoscere qualcuno che valesse davvero la pena o di sentirmi amata veramente?
Mi giro, torno indietro.
Con passo leggero mi avvicino a lui, che mi vede. Si ferma, stupito.
Sorrido mentre gli arrivo accanto: "Io sto andando... Sai, non sono di qua, ma domani sarò ancora a Bologna. Se ti va...", gli porgo il cartoncino e avvicino la mano all'orecchio, stendendo pollice e mignolo a simboleggiare la cornetta.
Lui scruta il biglietto, e poi mi guarda.
Ci scambiamo due baci sulle guance, prima che mi allontani.
Felice di non aver ceduto alla mia codardia per l'ennesima volta.
Ad andare a spasso con Sally, si incontra un sacco di persone. Quasi tutte con cane.
O meglio: si incontra un sacco di gente in generale, ma ovviamente è più facile soffermarsi a fare due chiacchiere con chi sta accompagnando il suo animaletto, mentre i due stanno giocando fra loro.
Questa cosa un po' mi ha stupita. Anzi, varie cose mi hanno stupita: prima di tutto, vedere che sono molti coloro che hanno un cane. Tutti poi hanno una storia da raccontare; perché in giro non ci sono solo cagnetti e cagnoni con pedigree, scelti ad hoc nella cucciolata del momento; la maggior parte delle bestioline sono state adottate da un canile, salvate dalla strada e da morte certa. Il che mi fa pensare che di persone di buon cuore, forse, ce n'è più di quanto potessi immaginare.
Perché chi ama un cane, o un animale in generale, è maggiormente disposto alla comprensione e ad aprirsi verso il mondo; lo noto anche in me stessa, da quando c'è Sally, è una meravigliosa pet therapy di cui non potrei più fare a meno. Un animale ti ama in modo assoluto e disinteressato, e diventa un piacere ricambiare questo amore dandogli tutte le cure e attenzioni di cui ha bisogno.
Francamente, quanti sono gli uomini capaci di amare in questo modo?
Anche mio papà, per esempio, che è sul burbero andante, con Sally fa la voce dolce e si prende cura di lei in modo davvero strabiliante.
E sono molti coloro che confessano di non aver pianto mai o quasi nella vita, se non alla morte del proprio cane.
Vorrà dire pur qualcosa?
La seconda cosa che mi ha colpita è, come accennavo sopra, la maggiore facilità che si ha nel comunicare quando ci si muove a piedi accompagnati dal proprio animaletto. Sarà che abbiamo bisogno di trovare un pretesto per rivolgere la parola ad uno sconosciuto, non so, ma un cane fornisce appunto un alibi per attaccare bottone e fare due chiacchiere.
Mi viene spesso chiesto, quando passeggio per i dintorni di casa: "Ma tu sei qui da poco? Non ti abbiamo mai vista!". Ehm, no, non sono qui da poco: è da una vita (letteralmente) che abito qui. Ma a.S. (avanti Sally) mi muovevo sempre in auto: per andare al lavoro, per raggiungere gli amici, per fare la spesa ecc ecc. Non avevo molti motivi per stare nei paraggi di casa, o semplicemente per girarvi a piedi.
Ora sì.
Ora ad ogni passo c'è qualcuno da salutare, con cui scambiare due parole, con cui confrontare le proprie esperienze con i cani e racocntarsi aneddoti divertenti o strappalacrime.
Ci sono persone davvero in gamba, affettuose, equilibrate e disinteressate.
Ci sono cani di tutte le taglie e colori, più o meno affabili e desiderosi di giocare con la mia instancabile peste.
CI sono anche gli stronzi, però: quelli che tengono il cane sempre chiuso in casa, legato o sul balcone, che non fanno alcunché per capire i suoi bisogni, che lo picchiano con la cinghia del guinzaglio quando questi adotta un comportamento normalissimo per un cane.
Qualche giorno fa ho litigato furiosamente con un uomo così.
E' stato liberatorio, posso dirlo?
E insomma, questo piccolo grande mondo che mi si è aperto davanti mi sorprende ogni giorno di più. Ed è bellissimo farsi sorprendere, ogni tanto, così.
Fotocamera digitale Panasonic Lumix TZ4.
Mobile Hard Disk da 250 GB.
Lettore Card Multiformato.
SD 2 GB.
Pendrive 1 GB.
Andare da sola in un negozio di elettronica e scegliere con cognizione di causa le cose che mi servono non ha prezzo.
Per tutto il resto c'è il Bancomat.
Non ho alcuna voglia di essere politicamente corretta.
Ma davvero neanche un po'.
Ho solo voglia di far vedere, a me stessa e agli altri, le mie mille facce, senza censura: quella dolce, quella tranquilla, romantica, fragile, l'intelligente, quella rock, la stronza, la donna che sa cosa vuole e la può ottenere, quella creativa, la trascinatrice, l'egoista, la...
Tutte.
Senza curarmi di possibili critiche, pareri, opinioni.
Che poi, come scrive Veronesi in Caos calmo, "gli altri pensano a noi infinitamente meno di quanto pensiamo".
E non è liberatorio?
Every day is so wonderful
And suddenly, I saw debris
Now and then, I get insecure
From all the pain, I'm so ashamed
I am beautiful no matter what they say
Words can't bring me down
I am beautiful in every single way
Yes, words can't bring me down
So don't you bring me down today
To all your friends, you're delirious
So consumed in all your doom
Trying hard to fill the emptiness
The piece is gone left the puzzle undone
That's the way it is
You are beautiful no matter what they say
Words can't bring you down
You are beautiful in every single way
Yes, words can't bring you down
Don't you bring me down today...
No matter what we do
(no matter what we do)
No matter what they say
(no matter what they say)
When the sun is shining through
Then the clouds won't stay
And everywhere we go
(everywhere we go)
The sun won't always shine
(sun won't always shine)
But tomorrow will find a way
All the other times
'cause we are beautiful no matter what they say
Yes, words won't bring us down, oh no
We are beautiful in every single way
Yes, words can't bring us down
Don't you bring me down today
Don't you bring me down today
Don't you bring me down today
Oh sì, oggi voglio essere bella.
Voglio sentirmi tale, in senso assoluto, sprigionare forza e seduzione; una di quelle donne che camminano sicure per la loro strada, felici di essere guardate dagli altri, senza aver paura di possibili giudizi. Senza barcollare, senza cedimenti; sentirmi in equilibrio dalla punta dei capelli fino all'ultima molecola dell'unghia del mio alluce, consapevole del mio valore, delle mie qualità, dei miei sogni che di tutto hanno bisogno fuorché di essere affossati da me.