lunedì, 26 gennaio 2009

Breve dissertazione su un sentimento umanissimo e controverso

L'invidia non è un sentimento molto nobile, a detta dei più.
Chi lo nutre non ha un attimo di pace, guarda continuamente agli altri cercando di carpire cosa essi abbiano più di lui, o lei, e cercando, in uno slancio famelico, di appropriarsene. Che siano oggetti, stati d'animo, persone stesse.
L'invidia può far corrugare le sopracciglia nel penoso sforzo di capire cosa mai sarà quel bagliore che luccica intorno a qualcuno, che lo rende brillante come l'oro. E mentre si cerca di biasimare quell'oro, denigrandolo in peltro, si cerca comunque di arraffarne una scaglia, una favilla, ché non si sa mai.
L'invidia fa vivere in una costante corsa, in una competizione senza fine che non si sa bene dove possa portare, a chi faccia bene e a chi invece possa nuocere. A chi è oggetto d'invidia o a chi la coltiva nel cuore?
Esiste anche, però, un'altra forma di invidia, più leggera e, se vogliamo, positiva. E' quell'invidia che fa apprezzare cose fatte da altri, o loro caratteristiche e qualità; che accende nello stomaco una scintilla di desiderio, che fa provare la sana voglia di replicare un qualcosa di bello, in prima persona.

Ecco, spero sia con questa seconda forma d'invidia che guarderete la

MERAVIGLIOSA SELEZIONE DI FOTO SCATTATE DA BLIXXXA IN AUSTRALIA
NELL'ALBUM PROPOSTO QUI SOTTO:

 

Australia

 

E spero che vedere (anche se in foto non rendono) quegli stessi splendidi paesaggi che ho visto io vi faccia mettere le ali al cuore e venir voglia di viaggiare. Proprio in Australia, magari, paese in cui, da parte mia, già tornerei, all'istante. O ovunque voi vogliate, tempo, ferie e crisi economica permettendo.

Comunque, ho cercato al massimo di contenere gli scatti, spero di non annoiarvi.

Buona visione!

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lunedì, 19 gennaio 2009

Pare che a volte, insomma, ritornino

Con 8 giga o giù di lì di foto da scaricare.
Con un'abbronzatura approssimativa, tenuta a bada (laggiù) da abbondanti spalmate di una potente crema solare protezione 50 (visto il terrorismo messo in atto per scongiurare il cancro alla pelle), che tende a sbiadire di minuto in minuto.
Poca voglia di tornare ai consueti ritmi lavoro-tempo libero-amici.
Molta voglia di novità.
E moltissimi bei ricordi.
In un ambiente domestico che non collabora al reinserimento nella routine (dove cazzo avrò messo il mio badge, la tessere COOP e quella Feltrinelli, prima di andare via??? Oh, è tutto oggi che li cerco... boh...).
Tre giorni per riabituarmi al fuso orario (fallimento su tutti i fronti), per fare un po' di altre scoperte su di me (successo pieno), per colmare una fame atavica che sembra avermi presa da quando ho rimesso piede sul suolo natio (altro successo, pure dal punto di vista peso-forma, incredibilmente).
Quattro lavatrici di roba da stendere, asciugare, stirare. Con calma, ché tanto sono vestiti estivi e non servono subito. Magari servissero ora!
Ho ritirato fuori guanti e maglioni, dopo essermi gelata nell'aria fredda delle prime passeggiate con Sally.
E il vago rammarico di non aver visto la neve caduta nei primi giorni dell'anno.
Ho ridato vita alla buona abitudine di fare una bella colazione al mattino.
E un sacco di progetti e speranze.

E insomma, l'Australia.
Immagino che tutti vorrete sapere del viaggio. Di com'è andata, se io abbia visto tutti gli animaletti che l'enorme continente regala, e magari anche i famosi surfisti delle spiagge si Sydney e Melbourne. Come sia stato guidare contromano, se abbia fatto un sacco di foto-Hardla, e se abbia visitato Uluru/Ayers Rock, e Sydney e il West. Se l'acqua scenda nel gorgo dello scarico in senso orario o antiorario (non lo so, non ho guardato!), se avrò mangiato carne di coccodrillo e di orango-tango due piccoli serpenti e l'aquila reale, come sia stata la convivenza con la mia logorroica compagna di viaggio. E forse anche altre cose che sapete solo voi.

Vi dico solo questo, per ora.

E'. Stato. Un. Viaggio, Al. Di. Là. Di. Ogni. Aspettativa.

Desiderato a lungo e con ogni forza.
Assaporato goccia a goccia, chilometro dopo chilometro, duna dopo spiaggia dopo eucalipto dopo grattacielo. Se vi è  chiara l'idea.
Pelli scottate dal sole e acque turchesi e terra rossa e deserto.
Gli skyline delle città, immersi nel sole, nell'aria limpida, nel tramonto (pochi, invero, quelli visti a causa della meravigliosa tradizione mutuata dalla Vecchia Madre Gran Bretagna di cenare ben presto, tipo alle 6-7 di sera).
L'accento aussie strascicato e cordiale, così come le persone.
Gli occhi tristi degli aborigeni.
I versi striduli dei pinguini, il koala che avrei potuto tranquillamente prendere in braccio tanto mi era vicino, i delfini tristi di Monkey Mia, i canguri in posa per la foto, l'echidna attraversatrice indomita, le otarie stese a riposare dopo la grande pesca.
Il cuore mi balla dalla felicità se penso a tutti quei meravigliosi animaletti.
La notte che per un pelo siamo riuscite a trovare da dormire, mentre stavamo prendendo confidenza con l'idea di dormire in auto.
Il terribile impatto col Vegemite, specie di crema spalmabile al gusto dado-da-cucina, che sono riuscita ad addomesticare (Dedee, prendi nota) solo se abbinata ad abbondante burro su raisin bread (ta-dà!).
La colonna sonora: Doors, Hallelujah di Leonard Cohen sentita ovunque e in mille rivisitazioni, il didgeridoo e quel pirla di Kid Rock.
E un "keep smiling, you've got a great smile" che mi ha scaldato il cuore per un attimo.
E poi potrei dirvi che... e anche che...

Ma per ora basta, che Sally reclama la mia presenza.
E magari farei pure meglio a ritrovare il badge, visto che stasera si torna al lavoro.

Le foto sì, però!, promesso.
Non tutti gli 8 giga, ok.
Sarò buona.

A presto!

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domenica, 24 agosto 2008

Colpo di tacco

Ero indecisa su quale colonna sonora adottare per incorniciare al meglio questo post e descrivere le atmosfere salentine che mi hanno ospitata negli ultimi giorni. Da un lato, Vieni a ballare in Puglia del divertente Caparezza, dall'altro Lu rusciu de lu mare, canzone popolare dai toni intensi e sofferti.
Ho scelto la seconda. Sarà che descrive appieno quella che è la sensazione da malinconia del ritorno, sarà che davvero non riesco a togliermela dalle orecchie, allo stesso modo in cui, nei giorni scorsi, non ho potuto non resistere alla crema al caffé, o al caffé in ghiaccio con latte di mandorla, io che il caffé non lo bevo MAI.
Che dire del Salento e di queste vacanze in generale? Che sono stata benone: relax al sole; bagni in un mare limpido che quassù, nelle spiagge vicine a casa, mai potrò trovare; cibo delizioso, dalle orecchiette alle cime di rapa scodellate nelle sagre paesane ai menu di pesce gustati nei vari ristorantini; ottime le compagne di viaggio, e carinissimi i ragazzi conosciuti laggiù. E, beh, insomma, ci voleva proprio una settimana così.

(sospirone rilassato)

Sono ancora un po' sballottata dalla dozzina di ore di macchina che io e le altre ragazze ci siamo sorbite per tornare quassù a nord in notturna (finalmente una partenza intelligente degna di questo nome!). Per cui, accontentatevi di una minimale colonna sonora e di qualche foto. Ah sì, una precisazione per i maschietti: vi innamorerete tutti di Marzia e Vanessa (lo so, sono molto carine). Ma il numero NON VE LO DO, quindi inutile che chiediate. Sgrunt.

Pronti? Via.

Colonna sonora

 


E foto


Salento, 16-23 ago 08

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lunedì, 19 maggio 2008

Coast to coast

Sori Genova Portofino, maggio 2008

Che poi magari di alcuni momenti ti rimangono solo alcuni piccoli dettagli, apparentemente privi di importanza: un odore, un suono, un accadimento minimale.
Per esempio, della Turchia, più che le meraviglie architettoniche di Topkapi o della Moschea Blu, mi rimarrà sempre nel cuore il canto del muezzin alle cinque del mattino. A Parigi, più che di Tour Eiffel o Arc de Triomphe, ho subito il fascino della Grande Arche. E dell'ultima volta in cui sono stata a Londra, prima di Natale, ho un bellissimo ricordo della spettacolare ed elegante funambola vestita di bianco, che mi ha tenuta col naso in su per svariati minuti.
Di questo fine settimana genovese ricorderò soprattutto una cosa: la risacca del mare che mi ha cullata tutte le notti, presenza prepotente e tumultuosa. Tanto che, durante il sonno, sovente mi svegliavo e, nel dormiveglia, mi chiedevo "Ma dov'è il mare?", per poi riaddormentarmi subito non appena prendevo coscienza di quel cupo ed ininterrotto borbottare. 
O forse no, forse ricorderò sempre le deliziose focaccette con stracchino e prosciutto. E la farinata, il minestrone alla genovese al profumo di basilico, o i deliziosi purché pesantissimi pansoti alla salsa di noci. 
No, non sono manco questi.
Forse... sì! Ce l'ho! La baietta che racchiude Portofino, le sue casette colorate e le barche attraccate in attesa. E la passeggiata fino al faro (o lanterna?), in mezzo ai pini arroccati sulla scogliera e scolpiti in forme improbabili dal vento; il volo dei gabbiani, a pelo d'acqua o alto nel cielo; e il riflesso di un raro raggio di sole sul mare, lucido ed abbagliante. 
Eppure mi sfugge qualcosa, lo sento.
Il mio ricordo potrebbe anziché essere quello dei vicoli di Genova, sgarrupati, affollati da tutte le etnie e vagamente decadenti, come in tutte le città di mare. Perché è vero, nelle città di mare si respira un'aria un po' così, di usura e vino e malinconica perdizione e di vita celata gelosamente in qualche angolo buio. Parrebbe naturale veder sbucare, ad ogni angolo, qualche personaggio ai margini della vita, come quelli cantati da De Andrè nelle sue canzoni: la puttana, il matto, il sognatore.
O ancora, e mi sa che stavolta ci siamo, i lunghi aperitivi in riva al mare, fatti di vino, negroni, mojito e stuzzichini in gran quantità. I tentativi di ripararsi dalla pioggia, stringendosi attorno al tavolo e schivando le gocce impazzite che viaggiano quasi orizzontalmente. I discorsi intrecciati, le piccole confidenze, le domande (... quasi sempre le mie  ) e le risposte più o meno reticenti (e credibili) degli interrogati. Ed il senso di familiarità ed amicizia che respiro sempre più forte man mano che il tempo passa, ora che son qui in Liguria, tra queste persone che ho la possibilità di vedere raramente, ma che, prima ancora di salutare, mi mancano già.

E cazzo, non volevo finire con questi toni melodrammatici!

Però, insomma... grazie a tutti! Sono stata bene davvero. Siete stati dei disponibilissimi ciceroni, degli ottimi compagni e degli splendidi e generosi amici.
E, se la mia macchinina fotografica maffetta si deciderà a concedere al pc le meravigliose foto che ho fatto, magari riuscirò anche a pubblicarle qui.

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martedì, 29 aprile 2008

Turkish saudade

Viaggiare è sospendere il tempo.
Durante i giorni in cui si è lontani da casa, nulla importa di quelli che sono i normali ritmi, le normali attività. Non esiste orologio, non esistono scadenze o scansioni. La vita, quella di tutti i giorni, attende; al suo posto, una splendida seppur fugace libertà condita da curiosità e sete di scoperte a trecentosessanta gradi.
Anche gli spazi che ospitano un viaggio sono spazi sospesi: cristallizzati nel momento in cui li si visita, in bilico tra passato e futuro, cornice e palcoscenico di un momento puramente individuale. Prendiamo una stanza d'albergo, per esempio; mi stendo sul letto, osservo il soffitto in pietra, la testa sul cuscino, il corpo adagiato sul copriletto. Quante persone prima di me avranno fatto lo stesso? Quanti si saranno riposati su quello stesso materasso, avranno poggiato i loro vestiti, parlato abbracciati, fatto l'amore? Che avranno pensato degli stessi luoghi in cui mi trovo io, ora?
La magia del tempo sospeso, per me, si rompe con un crack a metà vacanza: fatto il giro di boa, mi sembra che esso scappi da tutte le parti, si ritiri come un maglione infeltrito invece di dilatarsi, avvicinandomi all'inevitabile ritorno a casa.
E infatti eccomi qua, ad oscillare tra le due magnifiche settimane appena trascorse e la mia usuale realtà nella quale non ho ancora completamente voglia di tuffarmi.
L'arrivo ad Istanbul è condito dal caos più totale, mai vista una cosa del genere. A bordo del nostro pulmino, io e Monica osserviamo divertite/perplesse/preoccupate le auto ed i pullman che ci sorpassano a destra, a sinistra, ci e si sfiorano, usano il clacson a mò di freccia, cambiando direzione a casaccio e parcheggiando un po' dove capita.
Salite sulla terrazza del nostro albergo, a Sultanahmet, lo scenario che percepiamo è completamente diverso: il Mar di Marmara da un lato, la Moschea Blu con le sue cupole dorate e i sei minareti a svettare verso il cielo dall'altro, ed i gabbiani a volare sopra le nostre teste... Ci assale immeditamente la voglia di tuffarci in questa città e di provare a comprenderne la composita natura. Usciamo. Camminiamo, quel giorno e quelli successivi, per le strade dei vari quartieri, avvolte dal canto dei muezzin, dal profumo delle spezie, della carne d'agnello, del tè alla mela, dal rombo del traffico, nelle vie bagnate dal sole. Ovunque, dalle vetrine ai bordi delle strade, è un rigoglio di cibi, mercanzie, venditori.

Istanbul è una città rotonda, morbida, materna. Una delle più belle che abbia mai visto.

La Cappadocia, seconda tappa del nostro viaggio, è invece un affascinante e suggestivo groviglio di asperità.
Vi arriviamo in autobus dopo una notte di viaggio, scegliendo Göreme come nostra base per una settimana. Già dall’albergo la vista è splendida: case di pietra, tetti a punta, e in lontananza le rocce della Rose Valley, sulle quali, dopo una lavata ed una colazione alla turca, ci inerpichiamo fino a sera. Anche nei giorni successivi ci dedichiamo alle esplorazioni, a piedi e in bus. Ovunque, castelli, chiese, conventi, città sotterranee. Tutte rosicchiate nel tufo e nella roccia vulcanica. Ad ogni passo vien da pensare ai monaci cristiani che, secoli e secoli fa, si sono dedicati a scavare e scavare per costruire i loro rifugi.
Giorno dopo giorno, ci rendiamo conto di quanto il nostro paesino ed i suoi abitanti ci stiano adottando e coccolando. E noi stesse ci stiamo affezionando al posto, sviluppando qualche abitudine ed automatismo che una permanenza più breve non avrebbe reso possibile: a cena nello stesso ristorante, tutte le sere; a bere birra o succo di frutta sulla stessa panchina, nel parchetto in centro; a fare la spesa nei due supermercatini che ci ispirano di più, uno gestito da un signore di mezza età molto distinto, l’altro da una specie di cowboy, cappello regolamentare in testa, baffetti e fisico asciuttissimo.

Il turco è una lingua incasinatissima, non ho imparato molte parole se non qualcuna che abbia a che fare col cibo.
Tutti i turchi, o quasi, però, sanno parlare almeno un’altra lingua: o perché hanno a che fare con turisti o perché hanno lavorato all’estero. Inglese, italiano, tedesco le più comuni.
Anch’io, nel mio piccolo, mi trovo a comunicare nei più svariati idiomi: in inglese o in tedesco con turchi e turisti anglosassoni; in francese col carinissimo Matthieu, che a sua volta mi risponde in italiano; in giapponese (quelle tre frasi che so) con i due ragazzi di Osaka conosciuti in pullman.
E mi rendo conto di quanto amore alcune persone abbiano per il viaggio: come Riccard
o, che è stato in giro per due anni, lavorando e arrivando ovunque: o i due coreani in viaggio di nozze per un anno, o i ragazzetti canadesi in giro per cinque mesi.
L’ultimo giorno è di cazzeggio fra il nostro parchetto e l’hammam; dopo di che ritorniamo ad Istanbul, sempre in autobus. Turisti ed autoctoni democraticamente mescolati.
L’odore dell’acqua di colonia che lo steward di bordo è pronto a versarci sulle mani si mescola a quello dell’aglio che impregna pelle e vestiti di molti. La lunga nottata, a differenza che all’andata, è pesante e faticosa. Ciondolo la testa qua e là, cercando di dormire, pigliando delle sonore capocciate contro il finestrino; scendo, all’arrivo, che son tutta dolorante: testa, gambe, schiena… Ma l’idea di essere di nuovo in questa splendida città mi conforta immediatamente e riempie di entusiasmo.
Ci troviamo in albergo con Elisa e Laura, appena arrivate dall’Italia, e ripartiamo con il tour; finalmente, possiamo visitare anche gli interni dei palazzi e delle moschee, che al primo giro avevamo tralasciato. Il tempo non è però esattamente clemente, fra nuvolone, pioggia e freddo. E vabbè.

Se dovessi scegliere, fra tutte le cose viste, le tre preferite, direi:
1. la suggestiva cisterna della Basilica, ad Istanbul
2. la Rose Valley, con i meravigliosi scorci nascosti dietro ad ogni angolo
3. gli occhi caldi di Emre, il Pifferaio Magico di Göreme, che mi ha raccontato questa bella storia:

“Il profeta Ibrahim era un uomo molto saggio, a conoscenza del più profondo segreto di Dio. I suoi figli, spinti dalla curiosità, gli chiedevano in continuazione di rivelare loro questo segreto, ma egli rifiutava sempre. Un giorno, però, egli decise di condividerlo con il figlio maggiore: lo chiamò a sé e glielo confidò ad un orecchio.
Il ragazzo riuscì a serbare il segreto per sé a lungo, anche se il suo peso diventava sempre più insostenibile. Non potendone più, un giorno egli corse fino ad un pozzo vuoto, e, cacciandovi la testa dentro, sussurrò il segreto nelle viscere della terra.
Passò qualche tempo prima che il pozzo iniziasse a far sgorgare dell’acqua, che inondò i prati circostanti.
Dalla terra iniziarono a spuntare degli steli di bambù, che crebbero alti e forti, ed ondeggiando nel vento emettevano un armonioso fruscio, provando a rivelare agli uomini l’antico segreto.
Fu così che dal bambù si iniziarono a ricavare dei flauti; suonandoli, gli uomini tentano di carpire al bambù il segreto rivelato.

Ed anch’io voglio scoprirlo”.
 
(…………… sospiro……………)
 
P.s. In attesa delle foto, se vi andrà di vederle (devo pasticciarci ancora un bel po’ su), gustatevi la registrazione del canto incrociato di tre muezzin ad Istanbul. Non si capisce una mazza, proprio a voler essere sinceri, ma vi assicuro che dal vivo era uno spettacolo davvero.

 

P.s.2 Una menzione speciale va ai Blixxxa's Parents. Dopo essersi tanto preoccupati per la mia incolumità, una volta che ho girato l'angolo... nisba. Mi hanno mandato tre-messaggi-tre nelle due settimane in cui sono stata via. Uno di questi recita (testualmente): "Ricevuto messaggio noi tre* bene oggi non ha piovuto sally campione ciao tutte due".
Un'altra volta invece, dopo che sono stata costretta a chiamarli pur di avere un qualche straccio di loro notizia, mia mamma mi fa: "Ah sì, il papà voleva telefonarti ieri ma poi si è messo ad imbottigliare il vino".
Grazie tante per la considerazione.

* noi tre = loro due e Sally

Aggiornamento della mezzanotte: beccatevi le prime foto. Alla seconda scheda penserò domani. Notte.

Istanbul - Cappadocia

Pubblicate anche foto rimanenti. Purtroppo, non so perché, si son tutte mescolate. Quindi, ci sarà da saltellare un po' tra la Cappadocia e gli ultimi giorni ad Istanbul. Abbiate pazienza!

Istanbul - Cappadocia 2
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martedì, 18 dicembre 2007

London calling # remix

1. Sense and sensibility

 
Parto giovedì mattina, stavolta senza colpi di scena: niente a che vedere infatti con il risveglio frenetico della settimana precedente…
L’aeroporto di Treviso è talmente piccolo da passare inosservato, e piuttosto bruttino nella sua veste marrone mattonosa. Infatti ci passo allegramente davanti, per dover poi tornare indietro ed imboccare la strada giusta. C’è solo il volo per Stansted in partenza a quell’ora, pertanto operazioni di check-in e passaggio ai controlli di sicurezza scorrono veloci come mai mi era successo. Fiera del mio biglietto a/r a 38€, mi imbarco, felice di tornare nella città che più di tutte ha sempre rappresentato, per me, la possibilità di una nuova vita, l’ipotesi concreta di trasferirmi altrove, e che nel mio immaginario è l’ombelico del mondo, la vita che scorre inarrestabile come sangue nelle vene, un crogiolo di persone, razze, vite ed opportunità.
Atterro a Stansted e salgo quasi subito a bordo dell’autobus che mi porterà alla Victoria Bus Station. Ovviamente, non ci metto tutto questo tempo ad addormentarmi. Trascorro l’intero tragitto in bilico, più o meno precario, tra sonno e veglia. Finché la mia attenzione è catturata da una canzone diffusa dall’altoparlante: Listen to your heart dei Roxette. Per una volta, mi soffermo ad ascoltarne le parole, e penso: io ascolto il mio cuore? Difficile a dirsi. A volte mi parrebbe proprio di sì, ma è innegabile, nel bilancio che butto giù frettolosamente in quei pochi minuti, che spesso – come mi ha detto qualcuno in un passato recente - mi faccio prendere bruscamente da un mood da fiera del realismo. È vero. Perché le situazioni che non so gestire le affronto in maniera iper-razionale, quando magari l’istinto mi porterebbe da tutt’altra parte. Che poi, quest’istinto, provo a seguirlo, quando posso, a fasi alterne e con risultati altrettanto altalenanti. Insomma, non so tuttora rispondere a questa domanda, e non so se mai lo saprò. Posso solo dire che non sono così brava come vorrei a vivere in bilico, nonostante il dubbio mi piaccia e mi incuriosisca. Ho bisogno di quel centro di gravità permanente – che per altro devo ancora trovare – la cui ricerca mi tiene radicata con i piedi per terra, io che sono così volatile per natura e che spesso, di mio, vaneggio.
L’unica cosa che mi spiace, perché questo mio stato mentale inevitabilmente può portare a ciò, è quando le mie indecisioni tengono in sospeso altre persone. Questo non è giusto. Passi che io mi crogioli nel mio brodo, ma per il resto… Eppure, temo che ne commetterò altri, di errori e di casini, è nella natura umana o comunque nella mia. Non lo dico per giustificarmi, ma solo perché non sono e non sarò mai un essere perfetto.
E… che dire?
Diciamo che, mentre mi arrovello su questo, arrivo a Victoria.
 
 
2. Pictures of you

Battersea Power Station 
I’ve been looking so long at these pictures of you that I almost believe they are real…
Così dice una canzone dei miei adorati Cure.
Di foto delle città che ho visitato e che vorrei visitare ne ho viste una quantità, e scattate molte pure io. Ovviamente, non possono mancare quelle istituzionali: la Tour Eiffel a Parigi, la cabina rossa a Londra, la Porta di Brandeburgo a Berlino, la Lombard Street a San Francisco. E così via.
Esaurite queste, le foto che mi piace di più scattare sono quelle insolite, ogniqualvolta io colga qualche particolare strano, inaspettato, che in un modo o nell’altro colpisce la mia attenzione. Per esempio, avrei pagato oro per avere il tempo ed il modo di fotografare, dall’autobus, durante il tragitto, una finestra illuminata con, appoggiata al davanzale interno, una brocca. La silhouette di questa, in controluce, stagliata sul vetro, era fantastica.
Peccato.
 
 
3. Ritratto di signora

 
Finalmente, venerdì scorso, sono riuscita a visitare la Tate Britain, dopo che per molto tempo ne avevo rimirato alcune opere nelle guide, nei cataloghi, in internet.
I quadri che volevo assolutamente vedere:
- Carnation, lily, lily, rose di J. S. Sargent
- Ophelia di J. E. Millais
Il primo l’ho visto, ed è effettivamente bellissimo, con la sua sfilata di bambine che reggono in mano delle lanterne dalla luce chiara e soffusa; il secondo no, temporaneamente tolto dall’esposizione permanente per essere racchiuso in una monografia sul pittore. Ne ho visto la gigantografia campeggiare all’ingresso dell’esibizione temporanea, ma ovviamente non vale. Quindi, dovrò tornarci.
Altre opere, ad ogni modo, mi hanno molto colpita; per esempio:
- The Golden stairs di E. Burne-Jones
- The Lady of Shalott di J. W. Waterhouse
Tutti quadri raffiguranti, mi rendo conto poi, personaggi femminili. Ognuno con una sua grazia ed un’incantevole beltà. Muse senza tempo. Essenze di donna inafferrabili per l'uomo, per quanto strenuamente desiderate:
 
…. sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso in cui ti afferro*
 
*Nazim Hikmet
 
 
4. Mamma mia!

Natale? Che due palle!
 
Trascorsa la mattinata alla Tate, il pomeriggio è dedicato alla visita di alcune zone della città che non avevo mai visto. Facciamo una capatina in un negozio di Twining’s che troviamo per strada, dove entrambe ci riforniamo di tè e merchandising vario. Ci dirigiamo poi verso Leicester Square e Covent Garden, con i loro artisti di strada, le bancarelle, le giostre. Su una diabolica centrifuga io e Lorena lasciamo il nostro equilibrio e, a poco, il contenuto dei nostri intestini… Per la cronaca, il giorno dopo nessuna delle due riesce quasi a muovere il collo, provato dai tentativi di resistere alla forza centrifuga e ai sobbalzi (non ho - più - l’età…) Ci sballottiamo un altro po’ sugli autoscontri, esibendoci in manovre tipo assalti frontali, retromarce, rincorse. Mi piace questo sentirmi bambina. Perché adoro le giostre, non posso negarlo. Guardo con cupidigia un trabiccolo verticale che fa fare ai malcapitati avventori il giro della morte, ma la più saggia amica mi trascina via.
Torniamo a casa, a fare una doccia, piluccare qualcosa e prepararci per la serata.
È di turno Old Street, zona a nord est di Londra in cui, nuovamente, non avevo mai messo piede. Abbiamo appuntamento con Alessandro, fratello di Elisa (l’amica con cui ho fatto gli ultimi, piccoli viaggi), che abita a Londra da tre anni. Ci troviamo all’uscita della metro e andiamo a bere un paio di birre in altrettanti pubs. Non ci metto molto a notare che la fauna che popola la zona è decisamente gay. Io e Lorena siamo quasi le uniche donne nei paraggi, per il resto è un pullulare di maschi abbigliati in modi diversissimi, dalla canottiera che lascia i muscoli in bella vista alle mise più femminee e stravaganti.
Esaurita la parentesi alcolica, si va all’On the shore, club in cui suonano un genere di musica che ancora non so definire (diciamo acid-trance-techno-electro?), e che comunque di certo non è il mio. Entriamo gratis, a rimorchio di Ale che ha trascorso, dice, praticamente tutti i venerdì degli ultimi tre anni nel locale. Noto divertita che il mio amico conosce tutti – ma proprio tutti, e che è preso d’assalto da una frotta di gente festosa pronta a salutarlo e scambiare due parole con lui. Il quale, a sua volta, ha indossato un paio di occhiali da sole, sostenendo che altrimenti nessuno lo riconoscerebbe. Vabbè... Comunque, trascorso un po’ di tempo nel locale, io e Lori ad un certo punto ce ne andiamo. La giornata è stata lunga, e il programma per l’indomani è bello nutrito.
Sabato mattina ci alziamo con calma e, dopo aver fatto una bella colazione, ci dirigiamo a Camden Town. Obiettivo: cazzeggiare un po’ in giro, prendere qualche regalino e – per me – vedere se riesco a trovare una borsa con un soggetto da Nightmare before Christmas. Che dire? Mission accomplished!
Ho la borsa più bella del mondo (insieme alle altre 50 che possiedo). Tiè.
Ci rifocilliamo ad una delle tante bancarelle di cibi etnici, e ripartiamo.
Pian piano, il mio malandato ginocchio destro inizio a perdere colpi, e zoppico per il resto del pomeriggio. Argh!
Attraversiamo South Kensington (che bella la sala da tè rococò del Royal Albert Museum! E che grandi sono gli inglesi a permettere che i musei siano gratuiti… questo è un segno di civiltà non indifferente), tra le altre cose cercando un pub per la serata, ed infine, mezzo congelate, torniamo a casa. Preparativi, e via di nuovo.
 
 
5. Saturday night fever (Disco Inferno’s)

 
L’appuntamento con gli amici di Lorena è ad Hyde Park, 6.30 p.m.
Lei, Maite ed io arriviamo in ritardo (non di molto, eh!), ma come noi anche altri. Alla fine, siamo una quindicina, una buona parte di italiani, tre ungheresi e tre ragazze giapponesi. Visitiamo i mercatini in velocità, scaldandoci a colpi di mulled wine (dopo un paio, sono mezza brilla e giro per il parco ondeggiando e pestandomi i piedi da sola – per fortuna che indosso gli anfibi così non mi faccio male). Dopo di che, ci rintaniamo in un pub e ci stringiamo ad un tavolo, ordinando qualcosa da mangiare. Il menu è tipicamente british: purè con salsiccia, hamburger di Angus con patatine, fish & chips ed altri intrugli… Non può mancare una buona birra, of course.
Sulle 11 decidiamo che programma seguire per il resto della serata: si va a ballare? E dove?
Una parte decide di tornare a casa, i rimanenti danno vita ad un interminabile summit per scegliere un locale. Tom propone questo Infernos, a Clapham, descrivendolo come locale cheesy dalla musica ugualmente cheesy.
Scoprirò ben presto le sfumature racchiuse in questo aggettivo, oh sì… Arriviamo, ci aspetta una certa coda. Terminata quella per entrare, ci tocca quella per il guardaroba, ed infine, ta-dah!, il locale mi si presenta davanti in tutto il suo agghiacciante splendore. Giusto per dare un’idea: due sale (noi siamo saliti a quella superiore), sul pavimento (ma anche sulle colonne svettanti) fa bella mostra di sé un’appiccicosa moquette cosparsa di bicchieri e bottiglie lasciati cadere dalla gente danzante, palla luccicosa anni ’80. La gente: target sui 20-40 (ma azzarderei più intorno ai 20), tutti moderatamente ubriachi, ed abbigliati nei modi più stravaganti. Questa è una cosa che ho notato fin dal mio arrivo a Londra: il periodo natalizio è evidentemente molto sentito, non è raro infatti vedere girare per strada persone vestite da ufficio ma con un cappello da Babbo Natale/paio di corna da renna/orecchie da elfo ben calcati sul capo. Durante la sera all’Infernos noto, nell’ordine:
- un ragazzo che indossa una specie di tunica da Babbo Natale, rossa con bordo bianco in pelliccia, festone dorato intorno al collo (rubato probabilmente dall’albero di Natale di famiglia) e piedi nudi
- un energumeno abbigliato da fatina, con tanto di parrucca bionda a caschetto, da Raffaella Carrà
- un gruppo di amici con appendice sulla schiena tipo Ghostbusters
- un castoro (uomo vestito da -)
La musica è a metà tra il revival 70-80 e… giudicate voi:
- Spice Girls (cantatissime)
- Take That (ugualmente osannati)
- sigla di Baywatch
- canzoni di Natale (pop)
- altre inenarrabili meraviglie
Ora finalmente mi sono fatta un’idea del cheesy world… Aiuto!
Alle quattro siamo a casa, e alle 7 mi alzo (dire che mi sveglio sarebbe una parola grossa) per ripartire.
 
 
7. The Irish Christmas song (The Pogues)

Ice Skating
 
Nelle orecchie, un’altra canzone, sentita più volte in questi giorni ma che già adoravo prima.
Ve la giro qui, augurando a tutti con un certo qual anticipo Buon Natale.

 
 
8. Home sweet home (Karmacoma)

 
Come far incazzare un’assonnata Blixxxa di prima mattina.
In aeroporto, faccio una coda interminabile per il check in. Passato questo, mi avvio verso il controllo del bagaglio, dove l’addetta mi fa notare che devo piazzare la borsa dentro il borsone, perché è ammesso un solo bagaglio a testa. “Queste procedure valgono per tutti gli aeroporti europei”, mi dice. Vorrei ribatterle che finora mi è capitato solo in Gran Bretagna, di dover sistemare borsa-dentro-borsone, ma evito. Fatto sta che, compiuta la delicata operazione, il mio bagaglio viene sottoposto anche a pesatura.
12 chili effettivi vs i 10 permessi.
Ergo: devo imbarcare il bagaglio.
Mi riporto al check in e mi rimetto in coda. L’impiegata prende nota del tutto, imbarca il mio bagaglio e mi spedisce alla biglietteria, dove dovrò pagare la modica cifra di 10 sterline. Oltretutto, allo sportello c’è una coda mostruosa.
Mentre aspetto, maledico la perfezione britannica, osannando per una volta il lassismo nostrano, anche se mi sento rincuorata dal fatto che altri stanno seguendo il mio stesso, assurdo iter. Dopo un bel po’ riesco a pagare il mio dazio, recupero il biglietto, passo i controlli e mi avvio in direzione del gate, rifocillandomi strada facendo. Poco dopo, l’imbarco. E l’immancabile pisolino.
Torno a casa e la prima sensazione che provo, nonostante il rincoglionimento massiccio da notte trascorsa pressoché in bianco, è di familiarità. Sono a casa mia!
Mi si innesca l’immancabile girandola di pensieri, ed arrivo ad una conclusione: nonostante i miei proclami del tipo ‘voglio andare a vivere lontano da qui, se potessi starmene per un po’ a Londra potrei essere felice’, mi rendo conto che qui, dove sono, sto bene, sono felice. Che non ho, ora, alcun motivo per andarmene. Che quando penso all’ipotesi di trasferirmi nella Perfida Albione lo faccio per una sorta di risarcimento verso il mio passato, per non aver trovato il coraggio di partire quando ne avevo realmente voglia, dopo la laurea.
Forse a Londra mi trasferirò, prima o poi, o forse no. Ma saperla così a portata di mano, accessibile, sempre bellissima e viva, è comunque un pensiero che mi fa star bene.
Mi piace scoprire questa città, poco a poco, come sto facendo, spogliarla dei suoi veli, scoprirne le affascinanti contraddizioni, i lati nascosti, i percorsi non obbligati. È una continua suggestione, un continuo, splendido incanto.
 
 
9. Thanksgiving

 
Per chiudere questo post, un ringraziamento a Lorena e Maite.
Per avermi ospitata, accolta fra loro, condiviso divano, take away cinese, chiacchierate. E a Lori, soprattutto, per avermi accompagnata in giro per la città, per avermi presentato gli amici, per aver avuto voglia di conoscermi e farsi conoscere da me.
Mi ha fatto un piacere immenso rivedere e poter parlare un po' di più con Tom, ed ovviamente conoscere il grande Oby!
Grazie Lori, ci sentiamo per Bologna! Un bacione.
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martedì, 11 dicembre 2007

Vacanze romane - parte seconda

Blixxxa s’improvvisa critica d’arte. E, per vedere le mostre che si era prefissata, ahimè!, compie una rinuncia
 
Sabato mattina si parte in direzione Vittoriano: è in programma la mostra di Gauguin. Almeno per me, perché all’ultimo E&E decidono che non hanno voglia di venire e si dirigono verso i Musei Capitolini, in Campidoglio. Nel frattempo, però, visitiamo le sale dell’Altare della Patria: un po’ di cose garibaldine e risorgimentali di cui, ammetto, poco o quasi m’importa. Il punto è che non vedo l’ora di vedere i quadri del maestro francese!
Saputo della decisione dei miei amici, mi accodo alle altre persone in attesa e, fatto il biglietto, entro. La mostra nel suo complesso mi delude: poche le opere esposte, per quanto interessanti (soprattutto quelle precedenti il periodo polinesiano, che non conoscevo molto, ed una serie di tavole illustrate presentate da Gauguin al suo ritorno a Parigi dai mari del Sud); troppa gente, e alquanto sgradevole (cellulari che trillavano in continuazione, caciara, assiepamento davanti ai quadri… - a me le mostre piace vederle con calma…). Però i quadri di quest’uomo mi fanno sempre sognare, e infatti mi perdo a pensare a come il pittore debba aver vissuto al suo tempo, all’incontro con Van Gogh, al viaggio transoceanico che – per l’epoca – dev’essere stato quanto meno impegnativo e desueto, al suo rapporto con le donne (pare che la sua ultima compagna sia stata una tredicenne tahitiana). E soprattutto all’ironia della sorte che spesso vuole distribuire fama e successo solo postumi. Magari uno si è fatto il culo una vita ed ha avuto idee meravigliose, originali, sovversive, e non solo non ne viene riconosciuto il merito ma, anzi, viene sottoposto a critiche feroci e muore povero in canna. Per poi vedere non si sa bene chi arricchirsi dopo la sua morte. Che palle.
Sempre sabato, nel pomeriggio, è l’ora del Chiostro del Bramante e dei suoi Macchiaioli. Mostra che fino a poco prima di partire non sapevo manco ci fosse e che mi era stata caldamente consigliata. In effetti ne è valsa la pena, altro che! 120 opere circa che mostrano paesaggi bucolici toscani, donne intente a svolgere le attività quotidiane più disparate, tessuti meravigliosamente drappeggiati, cavalli che pascolano o galoppano criniere al vento, i musi placidi e un po’ ottusi di buoi e vacche. Ogni quadro me lo guardo per bene: prima un’occhiata complessiva, poi mi avvicino ed osservo la tessitura dei punti, delle pennellate, ed il modo in cui essi creano le forme, ed infine – nuovamente – mi allontano e lo riguardo. Non vi stupirà, quindi, sapere che ho visto la mostra in tre ore e mezza. Penso, qui, quanto sia bello poter capire cose dei tempi passati osservando i quadri prodotti dai contemporanei dell’epoca: abbigliamento ed arredamento in primis, stili di vita, struttura sociale, momento politico. Si possono capire un sacco di cose.
La rinuncia, comunque, dipende proprio da questa mostra: per andare a vederla, ho rinunciato ad un pomeriggio a casa di Yasser (il pallavolista cubano), che E&E sono andati a trovare. Certo che se tra uomini ed arte preferisco l’arte… rimarrò zitella per tutto il resto della mia vita! Devo rivedere la mia scala di valori, mi sa.
Infine, domenica mattina, Scuderie del Quirinale: Pop Art. Una delle mie correnti pittoriche preferite. Mostra agile e divertente, ma non per questo priva di spunti di riflessione. Mi vengono poi un sacco di idee. Ragazzi, mi sa che diventerò un’artista pop! Alla fine del percorso, ci sediamo sui divanetti nella saletta di decompressione e parliamo di cosa sia l’arte, ora, di che ruolo giochi la comunicazione nelle opere contemporanee e… la nostra attenzione viene attratta da una scenetta: davanti a noi, una coppia ha deciso di usare il divanetto come fasciatolo e di cambiare, lì davanti a tutti, il pannolino dell’erede. Il padre fa dondolare il cellulare ultimo modello davanti al pupo per intrattenerlo, mentre la madre procede spedita con le operazioni di rimozione e sostituzione. Ripensando ad una scena di Fantozzi (la signora Pina, all’interno degli spazi espositivi della Biennale di Venezia, sfinita, si siede su una sedia e tutti la scambiano per un’installazione), dico agli altri due compari: “Vedete, ora sarebbe da mettere una targhetta su quel divano, qualcosa tipo Entropia, e il tutto potrebbe benissimo passare per un’opera d’arte, viste alcune cose che girano”. Uscendo, ci godiamo la bellissima vista sui tetti di Roma e Cupolone. Che meraviglia di città.
 
 
Per il resto, in breve:
 
- abbiamo magnato da sentir la pancia che tira (come dice Emanuele), in compagnia di vari amici di E&E provenienti un po' da tutta Italia
- abbiamo preso un sacco di pioggia, dannazione!, soprattutto domenica
- per quanto ci tenessimo un sacco, non siamo riusciti a vedere Ponte Milvio e i suoi lucchetti
- e neanche il Papa o un qualche parlamentare (da coprire di insulti)
- ho scoperto di essere diventata vecchia: amo essere circondata da qualche comodità, ma tutto sommato mi so ancora adattare alle situazioni spartane
- ho invece avuto la conferma che non sarei mai disposta a spendere 7000 € per un vestito - pure orrendo nella fattispecie
- lunedì pomeriggio son tornata e… giovedì riparto di nuovo! Destinazione: Londra. Evvai.
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lunedì, 10 dicembre 2007

Vacanze romane - parte prima

(sottotitolo: quanto sei bella Roma quando piove – ah sì? Ma li mortacci tua! Se te pijo te sfraccico de botte, anfame!)
 
 
Un brusco risveglio
 
Venerdì mattina, ore 7.50.
 
DIN DON.
(il suono è in realtà più simile a BUZZ!, PRRR! GNÈÈÈ!, ma sennò non capivate)
 
Apro gli occhi per un attimo, e mi giro dall’altra parte. Col cavolo che vado a rispondere. Chi vuoi che sia a quest’ora? Lettura del gas? Testimoni di Geova? Posta? No, quest’ultima sicuramente no, è troppo presto.
Eppure… sento che mi sfugge qualcosa.
Pian piano i neuroni si rimettono in moto (come un criceto che, addormentatosi sulla ruotina e risvegliato da un rumore improvviso, inizia faticosamente a correre riavviandone il meccanismo), e… OOOOOOOOOOOOOOMMERDA!!! Il babbo! Il treno! Roma!
Salto giù dal letto in men che non si dica e rispondo trafelata al citofono, avvisando mio padre del contrattempo, dopo di che mi fiondo in giro per la casa a velocità supersonica, e nell’ordine:
7.51  recupero biancheria e vestiti destinati al viaggio
7.52 corro in bagno: faccio pipì, apro l’acqua e, mentre attendo che questa si scaldi, mi lavo i denti e mi spoglio
7.54  entro in doccia: mi lavo i capelli, sciacquo, metto il balsamo, mi insapono e mi caccio sotto l’acqua, di nuovo
7.57 esco dalla doccia e mi asciugo
7.59 metto l’olio di semi di lino e la schiuma sui capelli, li pettino, decido che non ce la faccio a phonarli
8.00 mi vesto
8.02 corro in camera e finisco di preparare la borsa: recupero gli ultimi vestiti da sopra il termosifone, li piego come capita e li getto alla rinfusa tra le altre cose
8.04 mi precipito in bagno per finire di riempire il beauty case
8.05 chiudo la zip del borsone: bagaglio pronto!
8.06 infilo un paio di calzini e gli anfibi, metto il cappotto e annodo la sciarpa al collo
8.08 recupero borsa, borsone, spazzatura e sono pronta per uscire!
Scendo le scale di corsa, attraverso il giardino e salgo in auto.
“Ciao papà (pant... pant...)
“Ciao”, mette in moto.
“Allora, senti, ormai bisogna andare a Mestre” (avevo studiato tutto un bellissimo piano alternativo per evitare di infilarci nel traffico dell’ora di punta: ossia, farmi accompagnare ad una stazioncina vicino casa e prendere un treno che mi avrebbe portata a Mestre in dieci minuti. Ma purtroppo il piano è andato in fumo… pfff! Quindi, tocca infilarsi nel marasma e sperare per il meglio), “però magari riusciamo ad evitare un po’ di traffico se andiamo di là (illustro l’idea)”.
“Sì, ci avevo pensato anch’io. Dai, partiamo, e… speriamo di farcela!”
Prendiamo la strada alternativa che ci farà risparmiare un tratto di coda, entrambi con gli occhi fissi a metà sulla strada e a metà sull’orologio di bordo. “Non ti preoccupare, tanto se perdo questo treno posso sempre prendere il prossimo…”
Al momento di reimmetterci nella strada principale, notiamo quanto siano maleducati alcuni automobilisti che, in coda, preferiscono ostruire o quasi il passaggio delle auto provenienti dalle strade secondarie che farle passare. Però ce la facciamo, finalmente! Siamo nella strada principale. La coda scorre lentamente, ma a tratti si sblocca e si riesce a correre un po’ di più.
Il tempo intanto scorre: ottoeventi, ottoeventicinque, ottoetrenta… Il treno partirà alle 8.50. Argh!
Mancano ancora alcuni delicatissimi km.
Gli imprevisti da superare sono tre passaggi a livello: se uno solo di questi è chiuso (soprattutto quello del binario-merci) sono fottuta.
Superiamo indenni il primo, evvai!
Ma la coda rallenta: si avvicina l’immissione alla tangenziale, il semaforo crea qualche blocco supplementare.
Da una viuzza laterale vedo un’auto che si avvicina e mette la freccia a destra per immettersi davanti a noi.
“Papà, fallo passare”.
“NO! Ma che sei matta?”, e accelera.
Totalmente incurante di quanto detto poco prima... Rido.
Pian pianino, ci avviciniamo alla meta: lasciamo sulla nostra sinistra la coda di auto che si immettono in tangenziale, svoltiamo a destra verso la stazione. Il passaggio a livello della linea merci è aperto, evvai! Quello successivo invece è chiuso. Sono le 8.40.
Ma il tutto fa ben sperare: di solito, è abbastanza veloce.
Passano due treni, diretti in direzioni opposte, e finalmente le sbarre si riaprono. Evviva!
Alle 8.43 sono in stazione, e alle 8.47 a bordo.
Missione compiuta! Finalmente posso rilassarmi…
 
 
Apu’s friends
 
Arrivo nella Città Eterna poco prima delle 13.30, e dopo una decina di minuti arrivano, da Milano, Elisa ed Emanuele.
Li vedo che sghignazzano, in avvicinamento. Ci salutiamo, e mi spiegano perché:
1. da lontano, le prime cose che hanno visto sono stati i cartelloni di arrivi e partenze e, poco sotto, la mia testa (sgrunt!)
2. Emanuele fa ad Elisa: “Facciamole il saluto romano”, e lei “Aò, abbella! Ciao!”. Minchia.
Ci dirigiamo verso l’ostello in cui abbiamo prenotato tre letti. Il posto si trova nel dedalo di strade in zona Termini (ribattezzata Chinatown per il proliferare di musi gialli). Arriviamo, suoniamo il campanello del palazzo in cui l’ostello si trova ed entriamo nella hall. Da un portone al piano ammezzato sbuca una testa scura: il receptionist è un ragazzo indiano che ci saluta: “Good morning!”.
“Good morning”, gli facciamo noi, salendo ed entrando nell’appartamento-ostello.
Dentro, ce n’è un altro, di indiano.
Gli spieghiamo che abbiamo prenotato tre letti per tre notti, e loro in un inglese stentatissimo misto ad hindi ci dicono qualcosa, che assomiglia molto a: “Ayurveda chutney hare rama ID”.
Ok, ad intuito: vogliono i nostri documenti.
Glieli consegniamo, e mentre uno li registra l’altro ricomincia con la litania: “Brahmaputra Shiva Ghandi tandoori vindaloo 7.30-9.30”.
Vedo provvidenzialmente che un cartello affisso alla parete reca la scritta: “Breakfast: every morning 7.30 – 9.30”. Mi sa che stava parlando della colazione.
E infine: “Visnu aloo palak Ganesh darjeeling key”.
EH??? Questa è dura. Vedo con la coda dell’occhio che Emanuele ha lo sguardo perso nel vuoto, mentre Elisa annuisce. Vabbè, però lei è vissuta a Londra per un anno! Cionondimeno mi sento una cacca: ho pur sempre fatto il linguistico, porca pupazza... Ok, aspetterò il momento propizio e le chiederò che ha detto.
Dopo che il suo collega ci ha ridato i documenti, il novello Apu ci fa cenno di seguirlo e ci riporta all’esterno; giriamo l’angolo del palazzo, proseguiamo intorno all’edificio, attraversiamo la strada, ci dirigiamo a sinistra e proseguiamo per qualche centinaio di metri. Emanuele, azzoppato ad un piede come tutti gli uomini che si incaponiscono a giocare a calcio, bofonchia “col cavolo che la mattina faccio tutta ‘sta strada per andare a colazione!”. Finalmente giungiamo a destinazione: un altro palazzo ci spalanca le sue porte, e finalmente ecco la nostra camera. Scopriamo finalmente il contenuto della terza misteriosa profezia: se vogliamo le chiavi, dobbiamo lasciare una cauzione di 5€. Sì sì, va benone. Paghiamo e lui se ne va.
Rimasti soli, io ed Emanuele chiediamo ad Elisa: “Ma tu riuscivi a capirlo, prima? Avevi un’espressione così sicura…”
E lei: “Ehm… veramente no”.
E meno male!
La stanza è a dir poco essenziale, ma pulita, così come il bagno. L’unica cosa che ci lascia perplessi è la preparazione del letto: non c’è alcun cuscino ma solo una specie di rigonfiamento del materasso all’altezza della testa; ed un lenzuolo candido che pensiamo essere quello superiore, una volta sollevato, scopre solo il materasso. Ergo, dovremo dormire a diretto contatto con la trapunta.
Sperando di non morire a causa di eventuali attacchi di piattole, decidiamo che abbiamo fame e andiamo a cercare un posto in cui mangiare.
 
 
Da Maurizio, e poi un gradito incontro
 
Il ristorantino in cui ci sediamo ci ispira: prima di tutto perché c’è gente del posto; secondo, perché il menu è semplice ed economico; terzo, perché proprietario e camerieri si sentono caciarare fin da fuori. Entriamo, ci fanno accomodare ad un tavolo e ci portano subito i menù. Scorrendoli, la nostra attenzione viene catturata da una serie infinita di doppie che fa molto Roma, tipo: Montepulciano d’Abbruzzo e parmiggiana di melanzane (riscontrate in seguito anche in altri listini) e così via.
In un tempo record, comunque, siamo pronti per ordinare. La cosa fantastica è che qualsiasi pasta tu chieda, loro son pronti a ribattere con “Signò, van bene i bucatini?” (anzi, bbucatini). Sì sì, van bene i bbucatini. Mentre aspettiamo che arrivino le ordinazioni ci aggiorniamo sulle ultime rispettive novità.
E poi, è solo un tripudio di amatriciana e cacio e pepe.
In porzioni da 2 etti ciascuna.
Anvedi!
Belli satolli, usciamo e ci avviamo verso il centro.
Prima però un piccolo fuori programma: ci incontriamo con Yasser, ventiquattrenne pallavolista cubano (e qui, donne, mi rivolgo a voi: queste due parole sono già sufficienti per farvi intuire il tipo? Se no, sentite qui: altezza 1.95, carnagione scura, fisico asciutto dai muscoli guizzanti, bel faccino… ecco, un Adone) che Emanuele conosce per una lunga storia che non sto qui a spiegarvi. Stiamo un po’ a ciacolare e ci separiamo: lui agli allenamenti (il mio cuore fa un piccolo crack), e noi… a camminare
 
 
Under the rain
 
Purtroppo il tempo non è e non sarà, venerdì ed i giorni a seguire, stabile e clemente: non dico che mi aspettassi di tornare abbronzata, ma neanche di dover affrontare tre giornate di pioggia.
Venerdì e sabato si alternano sprazzi di quasi-sole a momenti di coperto e più frequenti picchiettii di goccioline d’acqua che pare quasi nebulizzata da tanto è sottile. Ma bagna, la trucida. Recupero al volo un ombrellino, Elisa ha il suo, Emanuele si copre col cappuccio. E si va, si va, si va…
Solo una volta tornati a casa, ci rendiamo conto di quanto abbiamo camminato: dalle 3.30 del pomeriggio all’1 di notte, quando finalmente torniamo in ostello, pausa cena a parte. In effetti, siamo sfiniti.
Ad ogni modo, la passeggiata, nonostante le condizioni avverse, è piacevole: Roma è sempre bellissima, che ve lo dico a fa’? E addobbata per il Natale lo è ancor più. Mentre passiamo davanti al Colosseo, Emanuele ci racconta di una surreale chiacchierata avuta con una turista americana qualche anno prima: vedendo i ‘centurioni’ sfilare davanti al monumento, questa gli chiede “Ma quelli sono antichi romani? E dove vivono, nelle riserve, come gli indiani?”. Madò…
Piazza Navona è piena di bancarelle, gente, musicisti di strada; c’è anche la giostra dei cavalli. Mentre cerchiamo di capire dove andare a mangiare, mi torna in mente una dritta suggeritami da un amico. Vedo un vigile: a chi meglio chiedere?
Mi avvicino e gli faccio: “Scusi, sa dov’è via XXXX?”
Lui: “Sì, certo”
Io: “…” (sguardo incalzante)
Lui: “E lei lo sa?”
Io: “Ehm… no, è per questo che glielo chiedo…”
Lui: “Eh…”
Io: “Ok: sa dirmi dov’è via XXXX?”
Lui: “Sì: dovete annare de là… e poi de là…”
Minchia. Non ero pronta per l’umorismo romano.
Alla fine, poi, la cena sarà a Trastevere, che - per inciso - mi piace assai.
 
(to be continued…)
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mercoledì, 28 novembre 2007

Una Punto per amica


Io ad alcune cose mi affeziono, non posso farci niente.
Ai vestiti, per esempio, che arrivo ad adorare e a mettere fino allo sfinimento (mio o dei tessuti) perché in quel dato periodo storico mi fanno sentire fighissima - almeno fino al momento in cui arrivo a detestarli con tutte le mie forze; ai libri (ma si può parlare di semplici 'oggetti' quando si parla di libri?); e, protagonista del post, alla mia cucciola Puntina.
Che già dare un nome alla propria auto... fa un po' Christine la macchina infernale, no?
Eppure...

Presa in adozione nel 2000, un economico e spartano km zero dettato da necessità finanziarie ed acquistato a fatica dopo aver penato lungo il sentiero dei lavori mal-retribuiti, l'ho portata a casa più che soddisfatta.
La MIA macchina!
Basta con le richieste colpevoli al babbo ('papà, ma oggi ti serve l'auto?'), basta con i passaggi scroccati ad amici, basta con i lunghi e scomodi tragitti in autobus.
Avevo compiuto anch'io il mio moderno rito di passaggio all'età adulta.
Ero finalmente automunita, indipendente; volendo, potevo far qualche scena madre del tipo uscire di casa dopo aver litigato furiosamente con i miei, sbattere la porta, inforcare la mia Punto e via, andare, come una Thelma o Louise dei poveri (vuoi mettere altrimenti chiedere dopo il famigerato litigio 'papà, mi dai le chiavi dell'auto che devo scappare per un po' di casa?' - non ha di certo lo stesso appeal...) (fonti bene informate però sostengono che questa scena sia realmente accaduta, NdR); potevo fumare in auto, ché in quella del babbo non stava bene (anche perché all'epoca tacevo ai miei di essere una fumatrice). Potevo andare a venire a mio piacimento. Insomma, ero libera.
Puntina mi ha accompagnata in un sacco di avventure: con lei ho girato buona parte del Nord Italia, a caccia di aeroporti, outlet, locali, concerti, amici e uomini; al suo interno, ho dato una buona parte dei miei primi baci e... vabbè, avete capito; ogni giorno, mi accompagna fedele in ufficio e mi aspetta pazientemente fuori; conosce i miei amici e li ospita sempre volentieri; le piace la mia musica, che ascoltiamo e canticchiamo assieme - io che batto le mani sul volante, lei che ronfa sorniona; insomma, è un'ottima compagna di viaggio.
Che da un paio d'anni, però, accusa qualche acciacco dovuto all'età ed al chilometraggio, ormai divenuto importante: 7 anni (chissà se anche per le auto vale la stessa scala dei cani?), quasi 130.000 km.
Portarla dal meccanico, purtroppo, sta diventando una (costosa) abitudine che si ripete a scadenze ormai semestrali. Tagliando escluso.
Una volta è qualche cinghia che salta, una volta la pompa di non so più che, svariate volte è la valvola termostatica (di cui ignoravo l'esistenza fino a prima della sua rottura): immaginatevi il mio sguardo di terrore a vedere la lancetta della temperatura del liquido di raffreddamento alzarsi... piano... io che supplico "nononononotipregotiprego!", e invece ZAC, ALLARME ROSSO! SOS FERMARSI FERMARSI.
Sgrunt.

La prima volta è successo che stavo percorrendo la famigerata tangenziale di Mestre. Le cose sono simpaticamente andate così: 
- h 3.30 (a.m., mica in pieno giorno, troppo facile) esco dal lavoro
- h 3.45 succede il patatrac
- h 3.46 chiamo il mio collega di chiusura supplicandolo di portarmi dell'acqua
- h 4.25 arriva Claudio, un paio di bottigliette di scorta, e mi trova mezza appisolata ed assiderata (era pure inverno) a bordo strada
- h 4.30 provo a ripartire, la lancetta sembra rimanere lì... ops... nononono!, non di nuovo non di nuovo... ARGH!
- h 4.32 mi fermo
- h 4.35 riparto
- e così via...
- h 5 (e rotti) arrivo a casa. Yuppy... stonf, crollo a dormire.

La seconda volta, invece, accaduta quest'estate, ero appena arrivata a Pavia (evvai! secondo imprevisto: lontana da casa. Ce la farà la nostra eroina a tornare sana e salva?). Visto che dicono la notte porti consiglio (e che alle 7 di sera di meccanici aperti non ce ne sono molti), mi godo la serata e mi appresto ad affrontare il problema l'indomani. Solo che mi era salita una leggerissima ansia al pensiero che la sera successiva sarei dovuta rientrare al lavoro; le strade possibili erano due:
1. far riparare l'auto in loco, sperando in tempi più o meno brevi
2. rischiarla e provare a tornare a casa (con rischio continuo di fondere il motore
Il meccanico che ho contattato il mattino seguente non lascia scampo: “Ripararla in mezza giornata è impossibile, prova a tornare a casa, pian pianino, e vedi come va”.
Mi equipaggio di acqua, viveri e sigarette come una profuga e parto, il terrore nel cuore e gli occhi fissi sulla temibile lancetta. Entro in autostrada… 70/80 km/h per tutto il viaggio, che pure gli autocarri mi superavano strombazzando. Sosta strategica più o meno ad ogni piazzola, e… beh, tutto sommato il viaggio non è male. Ascolto un bel po’ di musica, canticchio, mi godo il paesaggio (seee, manco fossi in movimento lungo qualche superstrada della west coast… avete presente le zone più tristi della bassa padana? Ecco, lì ero), pian piano mi rilasso. E torno, sana e salva.

La terza volta è riconducibile ad oggi.
Già da un po’ di giorni l’auto era bizzosa: lancetta improvvisamente svettante verso l’alto, riscaldamento che non va… Oh-oh, stai a vedere che…
E infatti stasera accade l’irreparabile.
Beh, la faccio breve: torno a casa fermandomi ogni 200 metri (quindi, comodamente in un’ora e mezza), incitando la mia macchinina, accarezzando il volante, sussurrandole “dai, piccolina, su… abbassa quella temperatura… brava, così…” (una pazza, insomma). E lei, mettendocela tutta, ce l’ha fatta a ricondurmi a casa senza fondere il motore (evvai!).
Domani la riporterò dal meccanico (sperando non mi salassi), sarò costretta a muovermi con la supponente Fiesta del padre, e penserò all’inevitabile momento in cui io e lei saremo costrette a separarci (noooooooooooooooooooooo!). Anche se… vari miraggi già mi allietano il cuore.
La Nuova Lancia Ypsilon bicolor lilla-viola, per esempio.
La Micra.
O i sogni proibiti: Chrysler PT Cuiser e New Beetle.
Argh...
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lunedì, 26 novembre 2007

Signori, fate il vostro gioco

Questo fine settimana è stato decisamente istruttivo per molti, moltissimi aspetti. E divertente, altro che - con spunti oserei dire esilaranti. Liberatorio, per altri versi. E godereccio.
Le cose da dire son tante. Vediamo assieme che è successo?
hanno viaggiato veloci sulla tastiera le dita di Blixxxa tempo stimato 03:58 | Permalink | commenti (19) / commenti (19) (pop-up)
si è disquisito di: viaggi, perle di saggezza, godimento, bah , stati danimo, costume e società, paura eh, sono tornata, è un mondo malato, blixxxa photo


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